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Solution Manual for Basics of Web Design: HTML5 & CSS, 5th
Edition Terry Felke-Morris Harper College
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Solution Manual for Foundations in Nursing Research, 6/E
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b. <paragraph> </paragraph>
c. <p> </p>
d. <para> </para>
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b. <h9> </h9>
d. <h6> </h6>
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a. ␣
b.
c. ©
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b. <strong>…</strong>
c. <em>…</em>
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b. <strong>…</strong>
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b. False
b. False
Answers.
1. c
2. a
3. c
4. b
5. b
6. b
7. c
8. d
9. b
10. d
11. a
12. b
13. c
14. b
15. a
16. c
17. b
18. c
19. b
20. b
22. b
24. b
25. a
È
— Dirò tutto, — risposi; — ma lasciatemi fare un po' di prefazione. È
male parlar di sè; ma quando l'Io, invece di esser lo scopo di quello
che si dice, non è che un mezzo per dire più facilmente cose che
riguardano altri e che possono riuscire gradite a molti....
— Oh basta! — esclamarono gli amici — che seccatura! di' dunque,
come ti sei fatto ricevere?
— Ve lo dirò, — cominciai; — ma bisogna ritornare un po' addietro.
Io era in Collegio, avevo sedici anni e scrivevo dei versi. Il mio
professore di letteratura....
Diavolo! senz'accorgermene ricominciavo a scriver l'articolo. Si vede
che dopo otto anni da quella visita, a pensarci, mi si confonde
ancora la testa.
ALCUNE OSSERVAZIONI
SULLO STUDIO DELLA LINGUA ITALIANA
(per i ragazzi non toscani).
LA LETTURA DEL VOCABOLARIO
*
* *
Si notino, per esempio, i seguenti vocaboli tolti dal dizionario del
Fanfani.
Appiccichino. — Uomo che si appiccica ad altri per molestare, o
chiedendo o cianciando, o mostrando famigliarità soverchia.
Attacchino. — Più maligno, più pungente che Attaccalite.
Attizzino. — Chi attizza gli altri fra loro. Generalmente si dice
mettimale che non è la stessissima cosa.
Cicalino. — È superfluo notare la differenza che corre fra questa
parola e cicalone.
Donnino. Es.: Che camera assestata tiene questo Pietro: è proprio un
donnino (Fanf.)
Farfallino. — Uomo volubile.
Ficchino. — È quasi lo stesso che Ficcanaso; ma dicesi più
specialmente di chi, anche non invitato, cerca di andare o a
pranzi o a ritrovi, ecc.; mentre Ficcanaso è chi si ficca per
curiosità più che per altro.
Frucchino (da Frucchiare). — Chi mette le mani per ismania di darsi
faccenda in diverse cose, e anche in una sola, ma con gran moto,
senza senno nè gravità, e senza che le cose nelle quali mette le
mani gli appartengano gran fatto.
Frugolino. — (dimin. di frugolo). — Una donnina, un bimbo, un
ometto che non sta mai fermo.
Galoppino. — Uno che strappa da vivere facendo mille mestieri.
Girandolino. — Lo stesso che Farfallino.
Pertichino. — Nel linguaggio teatrale si chiama pertichino quel
cantante che sta fisso in teatro, a un tanto il mese, e che è
adoperato a fare le parti più umili, ordinate solo a tener bordone
e far apparir meglio le parti principali. Si applica per analogia ad
altre persone.
Rabattino. — Persona ingegnosissima che in mille modi, ma sempre
per vie oneste, cerca di guadagnare e vantaggiare la propria
masserizia.
Stillino. — Lo stesso che Rabattino; ma dicesi anche di chi aguzza
l'ingegno per riuscire in alcuna cosa; da stillare, trovare
accortamente il modo di far checchessia; stillo, modo, via, ecc.
Es.: Trova qualche stillo per divertire, o per tenere a dada questa
gente.
Tritino. — Dicesi di chi ha la manía di vestir bene, ma non potendoci
arrivar colla spesa, ha sempre dei panni rifiniti, e di poco valore.
Quante volte, parlando e scrivendo, noi italiani del settentrione
abbiamo bisogno di queste parole, e non le sapendo, o non
avendole, come suol dirsi, alla mano, ne diciamo altre che non
esprimono il nostro pensiero! Invece di stillino, per esempio, uomo
ingegnoso; invece di tritino, vestito male; invece di frugolino, vivace;
invece di rabattino, mestierante; invece di appiccichino, seccatore;
parole generiche, adoperabili in mille casi, dalle quali il linguaggio
non riceve nè colore nè garbo. L'astratto, come diceva il Manzoni,
invece del per l'appunto.
*
* *
Si notino quest'altre, tolte pure dal dizionario del Fanfani.
Affannone
Almanaccone
Arruffone
Cabalone
Ciabattone
Faccendone
Fiutone
Fracassone
Frugone
Girandolone
Litigone
Lumacone
Impiccione
Machione
Ninnolone
Nottolone
Piallone
Sballone
Scialone
Scioperone
Sgomentone
Sincerone
Soffione
Stronfione
Rigirone
Tatticone
Tentennone
Trafficone
Trappolone
Viluppone
Di queste trenta parole, ciascuna delle quali ha un significato
distinto, intelligibile da qualunque italiano che le senta per la prima
volta, quante sono usate, così parlando che scrivendo, dagli italiani
settentrionali? Tutt'al più quattro o cinque. E che parole s'usano
invece? Ci rifletta un momento un piemontese, un genovese o un
lombardo, e riconoscerà che usa quasi sempre una perifrasi, o
esprime la cosa con un gesto, o dice una parola la quale non rende
che presso a poco il suo pensiero.
*
* *
Di questa povertà della lingua che si parla tra noi, s'ha una prova
ogni momento. Un giorno, per esempio, ch'ero a desinare da una
famiglia piemontese, la padrona di casa mi disse: — Lei oggi non ha
appetito. — Non è che non abbia appetito, — risposi celiando; — è
che ho fatto uno spuntino due ore fa. — Questa parola spuntino
destò uno stupore generale, e tutti mi guardarono come per
domandarmi che diavolo avessi voluto dire. Io continuai: — In ogni
modo bisogna che desini per non essere poi obbligato a fare un
ritocchino fra un paio d'ore. — Nuova meraviglia per questo
misterioso ritocchino. — Del resto, soggiunsi, questo piatto è così
squisito che vorrei pigliare ancora il contentino. — Terza meraviglia
per il contentino.
Infine mi domandarono che cosa significassero quelle tre parole.
Spuntino, — è il piccolo mangiare che si fa fuori dell'ordinario e tanto
per sostenere lo stomaco fino all'ora solita del cibo. (F.)
Ritocchino, — è un piccolo pasto che si fa dopo aver mangiato. (F.)
Contentino, — è quel po' che si piglia ancora d'una cosa che ci
piaccia, dopo che se n'è già mangiata la propria porzione. (Si dice
pure per la giunta che si dà dopo la derrata). (F.)
Queste tre parole graziosissime, usate in tutta la Toscana, entrarono
da quel giorno nel vocabolario faceto della famiglia, invece delle
espressioni mangiare prima del desinare, mangiare dopo, prendere
ancora un boccone che erano usate prima. Ora ci sarà qualcuno il
quale consideri quelle parole come fiorentinismi, e le voglia bandite
solo perchè non sarebbero capite alla prima in tutta l'Italia? Si
approvi o no l'idea del Manzoni, non si può rifiutare di prendere tra
le espressioni e i vocaboli toscani tutti quelli che servono a dir cose
che noi diciamo altrimenti con più parole e con meno garbo. Ho
veduto, per esempio, dei genovesi e dei piemontesi sudar freddo per
dire in italiano quello che in francese si dice foisonner, in piemontese
fe foson, in genovese faa reo, ecc.; una cosa che in famiglia occorre
di dire spessissimo: di alimenti, cioè, i quali per mangiare che se ne
faccia, pare che non consumino e sieno più abbondanti di quello che
sono veramente. Dicevano: la tal cosa pare più abbondante di quello
che è, della tal cosa ce n'è sempre più di quello che si crede, ecc.
Espressioni vaghe, lunghe e inesatte. Ebbene, in Toscana si dice far
comparita. Chi vorrà continuare a filare un lungo periodo per dir
male una cosa semplicissima, se può dirla con un toscanismo di due
parole?
*
* *
Una delle gran ragioni per le quali molti di noi non capiamo la
necessità di arricchire la propria lingua è questa: che ignorando certi
modi e certi vocaboli, non ci accorgiamo punto, scrivendo o
parlando, delle perifrasi, dei giri di parole, delle contorsioni di frase
di cui ci serviamo per esprimer cose che quei modi e vocaboli
esprimono con poche sillabe. Se io ignoro l'esistenza della parola
golino, per esempio, non capisco perchè un Toscano sbadigli quando
gli dico: — il tale mi diede un colpo nella gola col pollice e coll'indice
aperti. — Se non so che ci sia la parola ingozzatura, non m'accorgo
di fare una lungaggine dicendo invece di: — Gli diedi un'ingozzatura,
— Gli diedi un colpo colla mano aperta sul capello in modo che glielo
feci scendere fin sulle spalle, ecc. ecc. Ma mettiamoci un po' a
studiare la lingua, come diceva il Giusti, con tanto d'occhi aperti;
vedremo quante lacune ci son nel nostro parlare e nel nostro
scrivere, quante superfluità, quante improprietà, quante pedanterie,
quanta miseria!
*
* *
Il miglior mezzo di studiare il vocabolario mi par quello di cavarne un
altro piccolo vocabolario per nostro uso, raggruppando intorno a un
certo numero di soggetti generali tutte le parole e tutti i modi che ci
sembrano degni di nota. Una scorsa data poi di tratto in tratto a
queste note ravviva maggior quantità di lingua nella memoria che
non la lettura di dieci libri. Estraggo, per esempio, dai miei appunti
sul vocabolario del Fanfani, una parte di quello che riguarda il
mangiare e il bere.
Sulla maniera di mangiare.
Mangiare a desco molle. — Mangiare a tavola sparecchiata.
Mangiare a battiscarpa. — Senza apparecchiare, in fretta e stando in
piedi.
Mangiare a scappa e fuggi. — In fretta.
Macinare a mulino secco. — Mangiare senza bere.
Mangiare coll'imbuto. — Mangiare in fretta e senza masticare.
Espressioni comiche per indicare il mangiar molto o ingordamente.
Diluviare — Scuffiare — Pacchiare — Taffiare — Sgranocchiare —
Spolparsi, per es., un tacchino — Mangiare a scoppiacorpo — Dar
ripiego (Es.: Egli è una gola che darebbe ripiego a quanto v'ha in
un refettorio di frati. F.) — Ungere il dente, sbattere il dente, far
ballare il dente, far ballare il mento — Gonfiar l'otre — Levarsi le
crespe di su la pancia — Fare una mangiataccia — Fare una
spanciata — Farsi una buona satolla di qualche cosa — Far dei
bocconi che paiono giuramenti falsi — Impippiarsi, ingubbiarsi
d'una cosa.
Far rialto. — Si dice in famiglia per far cena o desinare meglio
dell'usato (F.); a cui male si sostituisce comunemente far festa od
altro.
Bocconcino della creanza. — Il morceau honteur dei francesi.
Tornagusto. — Cosa che fa tornare il gusto e la voglia di mangiare,
ecc.
Fame.
Uzzolo. — appetito intenso.
Allampanare, allupare, arrabbiare dalla fame.
*
* *
Par strano, ma è vero: per i non toscani, massime dell'Italia
settentrionale, uno dei maggiori impedimenti a scrivere e a parlar
bene è la paura del proprio dialetto. Per paura, infatti, di lasciarsi
scappare degli idiotismi, bandiscono scrupolosamente dall'italiano
tutte le espressioni del vernacolo, delle quali molte, letteralmente
tradotte, sarebbero italianissime; e ciò facendo, durano una fatica
doppia, e parlano una lingua stentata, leccata e senza vita. Per citare
degli esempi, ho visto una volta un piemontese arrossire di vergogna
perchè credeva di aver detto un grossolano piemontesismo
coll'espressione: — Il tal libro, di cui m'avevan detto tanto male, lo
lessi, e non mi parre il diacolo: — ossia non mi parve tanto cattivo
quanto si diceva; modo usatissimo nel dialetto piemontese. —
Bell'italiano — soggiunse con ironia. — Perchè mai? — gli osservai.
— non mi parve il diavolo, non è il diavolo, non sarà poi il diavolo, lo
scrisse Giuseppe Giusti. — Non lo volle credere e gli dovetti far
vedere il libro. Un'altra volta scandolezzai un genovese dicendo in
italiano: — So assai se il tale dei tali sia venuto — Alto là! — mi gridò
— la colgo in flagrante genovesismo. Il suo so assai è il nostro so
assae pretto sputato. — Misi sotto gli occhi anche a lui le prose del
Giusti dove trovò due o tre so assai che lo fecero rimanere a bocca
aperta. E potrei citare mille altre espressioni che fanno rizzare i
capelli a tutti coloro i quali a furia di scrupoli, di paure, di pedanterie,
si son fatti una lingua italiana compassata, rigida, plumbea, che non
è più una lingua. In Toscana, per esempio, si domanda a un libraio:
— Quanto fate codesto libro? — Nove su dieci italiani delle provincie
settentrionali, dovendo fare quella domanda, ficcano un prudente
pagare in mezzo alle parole fate e codesto, perchè per loro fare un
libro, in questo caso, è un'espressione assurda, e l'altra, invece, è
intera, esatta, a prova di martello. Per la stessa ragione non dicono
mai nel momento ch'egli usciva, ma nel momento nel quale o in cui;
non il luogo dove o per dove, ma il luogo nel quale o per il quale;
non guardai se passasse qualcuno, ma guardai per vedere se
passasse qualcuno, ecc. Ciò che il Giusti chiamava argutamente
parlare e scrivere colle seste.
*
* *
Per spiegar meglio il modo che, secondo me, si dovrebbe tenere nel
prendere appunti sul vocabolario, mi pare utile addurre ancora alcuni
esempi. Leggendo il vocabolario, credetti opportuno di notare tutti i
seguenti modi e vocaboli che si riferiscono a commercio, affari,
denaro, ecc., perchè m'accorsi, leggendoli, che sebbene fossero
necessarî per dire per l'appunto quelle date cose, non li avevo mai
adoperati perchè in parte non li sapevo, e in parte non m'erano
abbastanza fitti nella mente da averli pronti sulla bocca o sulla punta
della penna parlando o scrivendo.
Metter su bottega. — Rizzare una bottega, un negozio.
Stiracchiare il prezzo. (È chiaro).
Salire. — Per rincarare. Es.; Quest'anno i tartufi son saliti alle stelle.
(F.)
Rincarare.
Il pane è rincarato.
Rincarare la pigione.
Il rincaro del cotone.
Nell'Italia settentrionale, massime parlando, si dice generalmente
colla solita lungaggine il pane è divenuto caro, invece di è
rincarato, e l'aumento di prezzo del cotone, invece del rincaro del
cotone.
Rinvilio. — Lo scemar di prezzo. Parola che il Manzoni, correggendo i
Promessi Sposi, sostituì a diminuzione di prezzo, e che ora si
comincia a usare anche fuor di Toscana. Es.: C'è stato un gran
rinvilio nell'olio.
Ribasso. — Es.: Il cotone ha fatto un ribasso. Gli scrupolosi direbbero:
C'è stato un ribasso nel cotone.
Richiesta. — Una tal mercanzia ha molta richiesta.
Rientrare. — Il popolo e i venditori, in Toscana, dicono rientrarci per
ripigliare il costo con guadagno onesto vendendo una data
mercanzia, Es.: A volere che ci rientri, quel drappo bisogna che lo
venda otto lire il braccio. — A tre lire non posso darglielo: non ci
rientro. (F.)
Rientro. — Entrata, rinfranco di denari o d'altro, meglio che risorsa.
Es.: Giovanni non ha altro rientro che lo stipendio di 100 lire al
mese. (F.)
Vantaggiare alcuno. — Risparmiargli nel comprare e avanzargli nel
vendere. (F.)
Stare a sportello. — Dicono gli artefici quando in alcuni giorni di
mezze feste o simili, non aprono interamente la bottega, ma
tengono solamente aperto lo sportello. (F.)
Spurghi. — Le merci rimaste senza vendersi in una bottega. (F.)
Riparare. — Si dice non ripara di una persona che non è sufficiente a
secondare le richieste infinite che le vengono fatte; di un
mercante che spaccia moltissimo di una tal mercanzia ed ha
sempre il banco assediato dai compratori. Es.: Mise su quella
bottega di mercerie e si arricchirà di certo perchè non ripara. (F.)
Comprare cogli occhiali di panno. — Senza esaminare quello che si
compra.
Servirsi da un tal negoziante. — Modo scansato da moltissimi per
timore che non sia di buon italiano.
Stare su un quattrino, su una lira. — Lo spiega l'esempio: Che credi
ch'io stia sulle dieci lire? To' piglia un napoleone e vattene. (F.)
Quel fondaco va sotto il nome del tale.
*
* *
Per citare un altro esempio, c'è intorno al parlare un gran numero di
vocaboli e di modi efficacissimi, per la più parte lepidi, e molti
comuni ai vari dialetti d'Italia, e per questa ragione, ossia per paura,
non usati da chi vuol parlare e scrivere un italiano castissimo.
Stiantar bombe (il craquer dei francesi). — Stiantar bugie. — Stiantar
spropositi. — Piantar carote. — Sballar favole. — Sfrottolare. — Dire
delle sballonate. — Dire delle papere. — Dire dei farfalloni. — Fare
delle sparate. — Dirne di quelle che non hanno nè babbo nè mamma
(strafalcioni madornali); ciò che scrisse il povero Guerrazzi, poco
prima di morire, parlando della sua ultima opera, Il secolo che
muore.
Graziosissima l'espressione: — Dare una calcatella, per rifiorire o
esagerare una cosa detta da altri.
Dire una cosa di ritorno, di ripicco, di rintoppo, di rimbecco. — Dire una
cosa fuori dei denti. — Dire a uno una fitta d'ingiurie, una carta
di villanie, una sfuriata d'impertinenze. — Fare una parrucca a
uno, fargli una lavata di testa, un lavacapo, una risciacquata, una
ripassata, una sbarbazzata. — Cantargli il vespro, cantargli la
zolfa. — Trinciargli la giubba addosso, tagliargli le calze,
lavarsene la bocca (per dirne male). — Dire, vomitare ira di Dio.
Ripapparsi uno (per garrirlo acerbamente). Es.: Nebbia, in presenza
della gente, tratta suo marito coi guanti, ma in casa poi bisogna
vedere come se lo ripappa.
Rimpolpettare. — Lo spiega l'esempio: Non è padrona di aprir bocca
quella povera donna che bisogna vedere come la rimpolpettano.
Rimbrontolare (efficacissimo). — Rammentare spesso ad altri un
beneficio o un favore fattogli. Es.: Tizio mi regalò una volta
cinquanta lire, è vero; ma non passa giorno che non me le
rimbrontoli.
Rifischiare. — Si cacciò in quell'adunanza il P., e poi andò a rifischiare
ogni cosa al prefetto. Quanto più efficace che il solito riferire e
riportare che si può dire in cento sensi!
Spettegolare. — Chiaccherar molto e senza proposito. — Es.: Dopo
essere stata là un'ora a spettegolare se ne andò. — Già io ti dico
tutto in segreto, e poi tu vai a spettegolare ogni cosa in casa
delle vicine.
Tirar sagrati, tirar moccoli, attaccar moccoli, tirar giù tutti i Santi,
attaccarla a Dio e al Santi.
Parlare colla bocca piccina (graziosissimo). — Per parlare timidamente.
Es.: Cogl'inferiori fa il prepotente; ma coi superiori parla colla
bocca piccina.
Stillare, piombare le parole, — per parlare lentamente, a stento.
Spiccicare le parole. — Spiccarle. Si dice: Non spiccica nulla, non
spiccica parola, di chi volendo parlare, non gli vien fatto.
Discorrere fitto o fitto fitto. — Presto e senza interruzione.
Sfilar la corona. — Dir tutto senza riguardo.
Spippolare. — Spappolarla, per es., tale e quale. — Chiaro.
Faticare, per es., una filza di paternostri, ciò che si esprime anche al
verbo Spaternostrare, Scoronciare, ecc.
Gonfiar gli orecchi a uno. — Dirgli cose che non gli piacciono.
Dare spago a uno. — Fingere di secondarlo per farlo parlare e svelare
l'animo suo.
Menare a spasso uno. — Aggirarlo con parole.
Infilare gli aghi al buio. — Parlare di ciò che non si conosce.
Allungare la tela. — Per allungare il discorso. Es.: Per cinque minuti lo
stetti a sentire, ma poi, vedendo che allungava la tela, gli voltai le
spalle.
Dare un tasto. — Toccare un motto di qualche cosa. Es.: Se vedo il
prefetto, così alla larga gli voglio dare un tasto sulla faccenda
degli arresti di domenica.
Farsi da alto. — Per cominciare a parlare d'una cosa dal primissimo
principio o alla lontana.
Farla cascar d'alto. — Dare con parole a una cosa un'importanza
maggiore di quella che ha, volerla far parere più bella, più
difficile, ecc., di quello che è.
Intonarla troppo alta. — Si dice di chi comincia a parlare con un tuono
che non può e non deve poi mantenere.
Tirare a traverso. — Si dice di chi, disputando con noi, vuol torcere a
cattivo senso le nostre parole, o sposta astutamente la quistione
dai suoi veri termini.
Parlare per comprare. — (Chiaro).
Abbreviare il testo. — Farla corta.
Fare un discorso corto. — Modo usatissimo in Toscana, quando nel
contrattare una cosa si vuol far subito la proposta ultima e
difinitiva. Es.: S'ha a fare un discorso corto: la m'ha a dar tanto,
ecc. Si usa anche per venire a una risoluzione contro qualcuno:
Oh sai? s'ha a fare un discorso corto: tu t'hai a levar di qui.
Mozziamola! — Lasciamola lì, tronchiamo questo discorso. Gli
Spagnuoli dicono graziosamente: — Doblémos la hoja —
pieghiamo la pagina.
Levar le repliche. — Lo spiega l'esempio: Gli fece una di quelle
filippiche che levano le repliche.
Rimanere in secco. — Si dice di quando a un tratto, a chi parla o
scrive, mancano le parole o i concetti.
Rimanere colla parola in aria. — (È chiaro). In senso affine intesi dire a
un contadino toscano: Per quanto si sforzasse a parlare, le parole
gli rimanevano attaccate giù per la gola.
Aggiustare le parole in bocca a uno. — Insegnargli ciò che deve dire.
Far peduccio a uno. — Aiutarlo colle parole, dicendo il medesimo che
ha detto lui, facendo buone e fortificando le sue ragioni.
Pissi pissi, pispilloria. — Strepito di voci che fanno molti uccelli, anche
applicabile a voci umane, specialmente per indicare
chiacchericcio, cicaleccio di donne. — Es.: Ogni tanto la Gigia lo
piantava per andare a fare un pissi pissi di mezz'ora colle sue
amiche.
Pissipissare. — Bisbigliare, far pissi pissi.
Ribobolare. — V. att. Ribobolare, per es., un bel pensiero, ossia
nasconderlo con riboboli. — Il P. è un buon prosatore; ma per
quel maledetto suo vezzo di far vedere che sa scrivere, un bel
pensiero te lo ribobola in modo che non si capisce più.
Parlare colle seste. — Con cautela. Parlare colle seste in bocca, disse
il Giusti, per parlare con ripicchiata eleganza.
Tirar su le calze a uno. — Cavargli di bocca, con arte, un segreto, ecc.,
ecc.
A proposito di questo e d'altri modi dello stesso genere, occorre fare
un'osservazione; ed è che son modi vivi, efficaci, usatissimi e
usabilissimi; ma che sono volgari, e che perciò si debbono usare
parcamente, e solo quando il soggetto del discorso lo concede. Molti
non la intendono così. Per costoro tutto quello che è toscano è
dicibile e scrivibile a qualunque proposito. Moltissimi anzi non fanno
propriamente consistere lo scriver toscano, secondo l'idea del
Manzoni, che in una certa sfacciataggine di lingua, in un certo
sprezzo del galateo filologico, nello scrivere, insomma, una lettera a
una signora tale e quale come una lettera a un fattore; un discorso
accademico tale e quale come un aneddoto carnovalesco. Sono
costoro che, da qualche anno in qua, empiono romanzi, novelle,
articoli, ecc., di modi come cascar l'asino, levar le gambe, tirar su le
calze, tagliar le calze, essere agli sgoccioli, uscir per il rotto della
cuffia, ecc., ecc., i quali modi se danno efficacia e sapor comico al
linguaggio quando sono adoperati a tempo e luogo, gli tolgono,
adoperati a casaccio, ogni dignità, ogni gentilezza, ogni grazia. Ed
anche a rischio di farmi dare sulle dita voglio dire che lo stesso
Giuseppe Giusti ha qualche volta peccato da questo lato. Poichè, per
esempio, quando scrivendo a una signora dice in un solo periodo che
«scegliere per un congresso una città piccola come Lucca è un voler
metter l'asino a cavallo: ma che i Lucchesi ne leveranno le gambe
meglio che non si crede; che il duca se l'è battuta perchè gli bolle a
mala pena la pentola per sè e per i suoi, ecc.,» io sento, non in
ciascuna di queste maniere di dire per sè medesima, ma nella loro
frequenza, nel tuono che danno al discorso, qualche cosa che non mi
piace. Il Manzoni stesso, che in fatto di lingua è così delicatamente
guardingo, nell'usare frasi e vocaboli toscani ha qualche volta
mancato a questo riserbo, e io credo che anche i suoi più ardenti
ammiratori, fra i quali mi vergognerei di non essere in prima riga,
cancellerebbero volentieri in qualche sua pagina le parole porcheria,
me ne impipo, ecc., scritte da lui in omaggio all'uso toscano. Ora a
me par giusto che si segua il Manzoni nel preferire un idiotismo a
una pedanteria; ma mi par di vedere che molti toscaneggianti
dell'Italia settentrionale vadano troppo in là. Ammetto, per esempio,
che in molti casi, e in specie nel dialogo, si possa o debba dir cosa
invece di che cosa o che; ma che un professore di letteratura
italiana, come fanno molti, faccia perpetuamente scrivere dai suoi
scolari cosa in vece di che o che cosa, non mi va. Capisco che
piuttosto di scontorcere una frase e qualche volta tutto un periodo, si
scriva gli invece di loro; ma non m'entra che, per seguire l'uso
toscano, invece di vidi Maria e le dissi, si debba scrivere vidi Maria e
gli dissi. Così pure il dire eternamente lui per egli, lei per essa, loro
per essi, anche quando nè il suono nè la naturalezza lo richiedono, il
che è anche contrario all'uso della Toscana, dove egli, essa, essi non
sono punto parole scomparse dal vocabolario parlato. Non bisogna,
mi pare, cadere nell'eccesso nè da una parte nè dall'altra. Che si
metta al bando la prosa aristocratica, la lingua ripicchiata,
l'affettazione, la pedanteria, sta bene. Ma che per non scrivere come
un accademico si parli come un mercatino; che per non star soggetti
alla tirannia grammaticale del che cosa e dell'egli, si crei un'altra
tirannia del lui e del cosa, che, in una parola, dopo aver smessa la
parrucca, si voglia anche levarsi la camicia, non mi pare nè bello, nè
ragionevole.
*
* *
Veda chi vuol spigolare nel vocabolario, seguendo il modo che ho
indicato, quante parole e modi e paragoni e immagini si possono
raccogliere intorno al soggetto Ritratti, solo dal piccolo vocabolario
del Fanfani; e come lo studiare la lingua in questa maniera, benchè
paia seccante a primo aspetto, possa riuscire dilettevole.
Un uomo magro assaettato — secco allampanato — secco arrabbiato
— secco arrovellato — secco spento — secco come un uscio — secco
come un osso — trito in canna — ridotto sulle cigne — ridotto in un
gomitolo — ridotto un fuscello — ridotto che pare un filo — che ha
fatto un gran calo — che par fatto di calza sfatta — che pare la
morte secca — che regge l'anima coi denti — che si vede e non si
vede — che si piglierebbe col cucchiaio — verde come un ramarro —
giallo come un rigógolo — una mostra d'uomo — una carcassa — un
cerotto — un ragazzo stentino — una cosa stentata — un coso
stento stento — un viso di dolor di corpo — uno sbiobbo — uno
scricciolo — un vecchio scaracchione, ecc.
Un giovane di buon nerbo — un uomo di buon osso — uno stiattone
— un trippone — un gonfione — grasso bracato — che non capisce
nella pelle — con una faccia di mascheron di fontana — con un naso
che gli rifiglia il vino bevuto — un vecchio rimprosciuttito, che va via
come un frullino, che ha rimesso un tallo sul vecchio, ecc.
Una zitella spersonita — ristecchita — vizza — passa rinfichita —
rinfichisecchita — con un viso rinfrignato — cogli occhi cerpellini —
con due gran calamai — con certe piazzate in testa (radure di
capelli) che si può dir quasi pelata — una vecchia squarquoia — un
vero reciticcio — un vero crostino — e perchè non ha dote, un
crostino senza burro — una ricetta da lussuria, come si dice di
persona che non solo non mette, ma scaccia le tentazioni. — ecc.
Una ragazza tanto fatta — una bambolona — una meggiona — una
mastiona — un bel fusto, un bel tocco, una bell'asta di donna — un
bel pezzo di marcantonia — un bel pezzo da ottanta — fatta colle
forme — pulita come un dado — sana come una lasca — soda come
una pina — una donnina minutina — gentilina — una cosolina — un
pepino — una bazzina — un viso di solletico — che ha un'ideina di
buona — che ha un'ideina che piace — che è l'idea della grazia —
che è una gentilezza — a cui ridon prima gli occhi che la bocca, ecc.
Un uomo a sghimbescio, a scatti, a folate, — un uomo scontroso,
muffoso — una testa secca — una testa volante — un cervello
svolazzatoio — un vecchio cascatoio — un vecchio cucco, ecc.
Un uomo grosso di pasta — tondo di pelo — che ha un po' dello
scemo — che ha l'ottavo dono dello Spirito Santo — che non ha di
quel che si frigge — che serve di copertina a un altro — una lanterna
senza moccolo, ecc.
Una lamaccia, un malanno — un uomo che odora di birba —
un'anima bigia — un uomo di scarpe grosse e di cervello sottile — un
uomo che ha l'arco lungo — un uomo che ha l'osso del poltrone,
l'osso del vile, l'osso del furfante — che ha il miele sulle labbra e il
rasoio a cintola — un uomo di bassa estrazione — un terremoto —
bravo come un lampo — bugiardo come un gallo — ecc.
Un dabbenaccio — un galantominone — una coppa d'oro — un
uomo di stocco — un uomo a tutta tempera — un uomo rotto al
mondo — un uomo tagliato al dosso di tutti — un uomo attaccaticcio
— un uomo di ricapito — uomo dei suoi piaceri, dei suoi comodi —
un uomo tutto Gesù e Madonna — un mammamia — un santificetur
— un sacco di disdette, ecc.
Tutta questa è lingua viva e fresca, che quando s'abbia in mente,
vien opportunissima sulle labbra e sulla punta della penna ad ogni
momento; eppure si può dire che per l'Italia settentrionale è quasi
tutta lettera morta; e nasce appunto dalla mancanza di tutta questa
lingua, il difetto di varietà e di lepore che si lamenta nello scrivere, e
principalmente nel parlare italiano degli italiani settentrionali.
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Da un tempo in qua, in molte famiglie dell'alta Italia s'insegna a
parlare italiano ai bambini. È ottima cosa, se i parenti sono in grado
d'insegnar bene, o se badano almeno a correggere gli errori di cui
s'accorgono; ma è cosa pessima se non sanno insegnare o non
hanno voglia di correggere; il qual caso è frequentissimo. Occorre
infatti ogni momento di sentir ragazzi di sette od otto anni, ed anco
di dieci o di dodici, parlare con una meravigliosa disinvoltura un
italiano scellerato al segno da far desiderare che parlino invece il loro
dialetto. E non è da credere che a poco a poco si correggano poi da
sè stessi. Gli strafalcioni, le frasi viziose, i modi barbari e un gran
numero di piccole improprietà di linguaggio che s'appiccicano alla
lingua in quella prima età, difficilmente si perdono avanzando negli
anni, fuorchè dai pochissimi che si dedicano particolarmente alle
lettere; perchè coll'età cresce a mano a mano l'amor proprio, la
pretensione, il timore, in chi potrebbe correggere, che la correzione
venga presa in mala parte; e così accade che i giovanetti di quindici
o di sedici anni parlano poco meno barbaramente di quelli di otto o
di dieci.
Ecco, per esempio, un saggio dell'Italiano che si parla generalmente
nell'Italia settentrionale, non solo dai bambini, ma anco dagli adulti:
«Ho veduto Tizio, e ci dissi che alla sera, in casa, noi giuochiamo, e
che saressimo contenti che non ci mancasse nè egli, nè suo fratello.
Ci dissi che i libri che m'aveva imprestati mi hanno piaciuto, e gliene
chiamai degli altri, particolarmente quello dell'X, stampato del 1873,
che è il romanzo il più bello che si possa immaginare. Lo ebbi, se
non mi sbaglio, tre anni fa, lo lessi d'un fiato, ed ho ritornato a
leggerlo, ecc.»
E non c'è che dire, si sentono buttar giù questi spropositi anche da
persone coltissime, le quali arrossiscono quando, per caso, si
lasciano sfuggire errori assai meno gravi nel parlare francese.
Ma tornando ai bambini, ecco alcuni vocaboli e modi, che si
riferiscono a loro, e che sono una prova di più del gran giovamento
che si può ricavare dallo spoglio del vocabolario; facendo il quale si
finisce col trovarsi fra le mani un altro vocabolario bell'e fatto, che
colma quasi tutte le lacune della nostra mente.
Giocare a tamburello. — Tamburello è quel piccolo cerchio, nel quale è
imbulettata una pelle ben tirata, e che serve per giuocare alla
palla.
Giocare a rimpiattino, a rimpiattarelli. — Gioco nel quale uno si
rimpiatta e gli altri debbon trovarlo.
Giocare a ripiglino. — Gioco così detto dal ripigliar col dorso della
mano i noccioli o piccole monete che si sono tirate all'aria. È pure
un altro gioco che si fa in due, avvolgendosi nelle mani del filo, e
ripigliandolo l'un dall'altro in varie figure.
Giocare a guanciale d'oro. — Gioco in cui uno posa il capo in grembo
all'altro che siede, e questi gli chiude gli occhi in modo che non
possa vedere chi sia colui che lo percosse in una mano ch'egli
tiene dietro sopra le reni, dovendolo egli indovinare.
Giocare a scaldamane. — Gioco che si fa accordandosi in più a porre le
mani a vicenda l'una sopra l'altra, posata la prima sopra un
piano, e traendo poi quella di sotto, ecc.