Antenor (Greek: Ἀντήνωρ, Antḗnōr; fl. c. 540 – c. 500 BC) was an Athenian sculptor. He is recorded as the creator of the joint statues of the tyrannicides Harmodius and Aristogeiton funded by the Athenians on the expulsion of Hippias. These statues were carried away to Susa by Xerxes I of Persia during the Greco-Persian Wars. Archaeologists have also established that a basis signed by "Antenor son of Eumares" belonged to a set of female figures in an archaic style which were displayed in the acropolis. The sculptor of the Harmodius and Aristogeiton is usually listed as the son of Euphranor.
Antenor (Greek: Ἀντήνωρ, Antḗnōr) was a counselor to King Priam of Troy in the legendary Greek accounts of the Trojan War.
Antenor was variously named as the son of the Dardanian noble Aesyetes by Cleomestra or of Hicetaon.
Antenor was one of the wisest of the Trojan elders and counsellors. He was the husband of Theano, daughter of Cisseus of Thrace, who bore him at least one daughter, Crino, and numerous sons, including Archelochus, Acamas, Glaucus, Helicaon, Laodocus, Coön, Polybus, Agenor, Iphidamas, Laodamas, Demoleon, Eurymachus, Hippolochus, Medon, Thersilochus, and Antheus (most of whom perished during the Trojan War). He was also the father of a son, Pedaeus, by an unknown woman. According to numerous scholars, Antenor was actually related to Priam.
In the Homeric account of the Trojan War, Antenor advised his countrymen to return Helen to her husband and otherwise proved sympathetic to a negotiated peace with the Greeks. In later developments of the myths, particularly per Dares and Dictys, Antenor was made an open traitor, unsealing the city gates to the enemy. As payment, his house—marked by a panther skin over the door—was spared during the sack of the city.
Antenor (Ancient Greek: Ἀντήνωρ) was a Greek writer of uncertain date, wrote a work upon the history of Crete, which on account of its excellence was called Delta (Δέλτα), inasmuch as, says Ptolemy Hephaestion, the Cretans called that which is good Delton (Δέλτον).
This article incorporates text from a publication now in the public domain: William Smith (1870). "Antenor". In Smith, William. Dictionary of Greek and Roman Biography and Mythology 1. p. 183.
F.Guccini
Si chiamava Antenòr e niente
si chiamava Antenòr e basta
perché per certa gente non
importa grado o casta
importa come vivi
ma forse neanche quello
importa se sai usare bene il
laccio od il coltello.
Antenòr uscì di casa
uscì di casa quella sera
garrivano i suoi pensieri come
fossero bandiera
ma gli occhi erano fessura
e il viso tirato a brutto
come all'età in cui credi d'aver
fatto quasi tutto.
Un cavallo nitrì, ma quando? una
donna rise,
ma dove?
la luna uno scudo bianco, un
carro le stanghe
in alto
chitarra ozio parole, chitarra ozio
parole.
La pompa un ricordo stanco, un
mare quell'erba
nera
può darsi fosse romantico. ma
lui non lo sapeva.
Quella donna rideva ad ore,
quella luna solo
uno sputo
e per quel cavallo non avrebbe
speso anche un
minuto
è difficile far rumore
sulle cose che c'hai ogni giorno
le tue braghe, il tuo sudore, e
l'odore che porti
attorno.
Lo cantina era quasi vuota
scarsa d'uomini e d'allegria
se straniero l'avresti detta quasi
piena di nostalgia
nostalgia ma di che cosa, d'un
oceano
mai guardato
d'una Europa mai sentita, d'un
linguaggio
mai parlato?
Antenòr chiese da bere. e
scambiò qualche saluto
calmo e serio danzò tutto il
rituale ormai saputo
uomo e uguale coi suoi pari
quasi pari con gli anziani
come breve quella sera, come
lunghi i suoi domani.
Proprio allora qualcuno entrando
nella luce do
dentro al buio
lo insultò quasi sussurrando, ma
sembrava che
stesse urlando
come per uno schiaffo, come
per uno sputo
Antenòr lo guardò sorpreso, lo
studiò e non
lo conosceva
e il motivo restò sospeso, fra io
gente ferma
in attesa
e lui non lo sapeva, e fui non io
sapeva.
Poi sentì di uno donna il nome,
già scordato o
non conosciuto
quante volte per altri è vita quello
che per noi
è un minuto;
guardò gli uomini per cercare
occhi, dialogo,
spiegazione
non trovò condanne non
trovò
un'assoluzione
Antenàr uscì di fuori
bilanciando il suo coltello
per danzare malvolentieri passi
e ritmi do duello
una donna non ricordata ed un
uomo mai visto
prima
io legavano tra loro come versi
con la rima.
Fintò basso e scartò dilato
quanti sguardi sentì sul viso
si sentì migliore e stanco
si sentì come un sorriso
che serata tutta ai contrario
proprio niente da ricordare
puntò il ferro contro il viso vide
il sangue
zampillare.
Tutto quanto ero stato un lampo
Antenòr respirava forte
fece il gesto di offrir la mano
guardò l'altro e capi pian piano
che tuffo ero stato invano
che l'altro cercava morte
capì che doveva farlo, farlo in
fretta perché
non c'era
motivo per ammazzarlo
l'altro cadde e non rispondeva
e lui non lo sapeva, e lui non lo
sapeva,
Antenòr lo guardò cadere
sentì dire la colpa è mia
senti dire è stato un uomo
senti dire fuggi via
lo giustizia disse bandito
ma un poeta gli avrebbe detto
che ero come l'Ebreo errante.
come il Bàtavo
maledetto.
Quante volte ci è capitato
di trovarci di fronte o un muro
quante volte abbiam picchiato
quante volte subito duro
quante cose nate per sbaglio
quanti sbagli nati per caso
quante volte l'orizzonte non va
oltre il nostro naso.
Quante volte ci sembra piana
mentre sotto gioca d'azzardo
questa vita che ci birillo
come bocce do biliardo
questa cosa che non sappiamo
questo conto senza gli osti
questo gioco do giocare fino in