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Tre Film Al Giorno, Tre Libri Alla Settimana, Dei Dischi Di Grande Musica Faranno La Mia Felicità Fino Alla Mia Morte. (François Truffaut)
mercoledì 21 gennaio 2026
martedì 20 gennaio 2026
L’appuntamento – Teona Strugar Mitevska
un incontro frapersone sole, in un albergo di Sarajevo, a cura di un'organizzazione abbastanza squallida.
i partecipanti soffrono di solitudine, qualcuno pensa a un matrimonio di convenienza, come capita.
Asja e Zoran sono una coppia in questo appuntamento collettivo, il problema è che hanno qualcosa in comune, che risale a quel merdoso assedio di Sarajevo. Zoran lo capisce subito, Asja dopo un po', Zoran ha sofferto, Asja pure.
il resto lo scoprirete vwdendo questo piccolo grande film, dell'ottima regista Teona Strugar Mitevska.
un film da non perdere, promesso.
buona (dolorosa) visione - Ismaene
…L’appuntamento, conferma la grande capacità di scrittura di Teona Strugar Mitevska, dopo il sorprendete Dio è donna e si chiama Petrunya, in quanto autrice cinematografica dalla ricerca narrativa sempre incisiva, acuta, nerissima e incredibilmente interessante, focalizzata in questo caso sul significato profondo del termine conflitto e sull’incontro dialogico e ideologico tra la volontà di morte e quella di rivalsa, perciò di riscatto e desiderio istintivo di vita e ricerca dell’amore. Un film che gode di ottime interpretazioni e che poggia su strutture teatrali audaci e in costante incontro e scontro con quelle che sono proprie invece del cinema, dando vita ad una visione registica assolutamente personale, riconoscibile, perciò degna di nota.
…La sceneggiatura, scritta con Elma Tataragic´, ci immerge
da subito in uno dei due livelli della narrazione. Siamo in un edificio moderno
attrezzato per ospitare degli incontri finalizzati a creare delle coppie sulla
base di una serie di stimoli proposti da chi conduce. A questo piano
collettivo verremo continuamente rinviati per tutta la prima parte del film
anche quando i due protagonisti avranno iniziato il loro doloroso percorso di
conoscenza reciproca. Asja non si fa proporre un partner qualsiasi. Lo ha già
contattato online pensando di avere scelto e non sapendo di essere stata invece
scelta. Come quella sera di tanti anni prima in cui era entrata nella
traiettoria della pallottola che proprio chi si va a sedere dinanzi a lei ha
sparato.
Con l'incontro/scontro tra queste due persone Mitevska ci ricorda che al di là
del confine ad Est del nostro Paese c'è un mondo non ancora realmente
pacificato. Le cronache recenti hanno riferito della crescente tensione tra
Serbia e Kosovo ma la forza di un cinema come quello della regista, che è nata
a Skopje nel 1974 e che quindi ha vissuto direttamente tutto quel periodo, è
capace di offrirne una lettura tanto profonda quanto emotivamente forte. I
quesiti che ci pone sono al contempo universali e localizzati…
…La regista non rinuncia al suo tocco pungente, paradossale e perfino
un po’ onirico, che si traduce soprattutto nella rappresentazione del concorso
per anime gemelle e nella descrizione dei partecipanti, ma anche della stessa
vetusta struttura demodé e ampiamente kitsch che accoglie tutti i partecipanti
a quel gioco delirante in cui tuttavia tutti i concorrenti un po’ credono per
davvero.
Ecco allora che il bisogno d’amore e di una coerente vita affettiva
si alternano al tentativo, tardivo ma cocciuto, del timido partner della donna,
di svelare al più presto le sue carte per liberarsi da un rimorso del carnefice
che, alla fine, non risulta meno devastante di quello che divora le vittime.
Argomenti scottanti e sempre vivi nella mente e tra l’opinione
pubblica, e il desiderio di reagire con sferzate di ironia che funzionano e si
rivelano sempre sagaci, permette al film della Strugar Mitevska di
considerarsi riuscito e un nuovo capitolo fondamentale di un percorso artistico
che si rivela sempre più stimolante.
…Asja e Zoran si guardano negli occhi per raccogliere i
cocci delle rispettive identità, per farne cosa nuova. Aprendosi, o almeno
provandoci, se non al perdono perché è difficile, almeno a un buon nuovo
inizio. L’appuntamento funziona soprattutto nella
prima parte. La regia di Teona Strugar Mitevska mescola
lo stupore, l’imbarazzo e il mistero dello speed dating, i buffi rituali del
corteggiamento che contribuiscono a svelare l’intimità dei personaggi, per
distoglierci dalla pista originale, la commedia sentimentale sui generis, e
condurci altrove. Lo fa affidandosi alla verve di due eccellenti protagonisti.
Si intrecciano bene, la tensione nervosa di Adnan
Omerovic e le mille giravolte emotive di Jelena
Kordic Kuret, prima complice, poi pazza di dolore, quindi commossa,
infine chissà. Il film sa valorizzare l’unità di luogo e i tempi ristretti,
circonda i protagonisti di una platea di personaggi minori cui trova il tempo
di definire psicologie, nevrosi e brandelli d’identità. Fa una scommessa sul
finale, inseguendo contemporaneamente precisione e ambiguità. A differenza del
precedente, stavolta il film cerca di equilibrare i punti di vista e le ragioni
maschili e femminili. Un cinema sempre in prima persona femminile. Dio
è donna e si chiama Petrunya era la fotografia di un’autrice che
misura possibilità, punti di forza e debolezze di uno stile, riflettendo su
limiti e portata del suo discorso cinematografico. L’appuntamento arriva
che la gran parte di questi dilemmi sono stati superati. Acquisita la
padronanza del mezzo, è ora di guardare avanti.
…Mi viene però da riflettere su cosa significhi
sopravvivere ad una guerra o ad un conflitto fratricida come quello vissuto
allora nelle strade e tra le case di Sarajevo, come pure – in un altro contesto
ma con molte analogie – al genocidio ruandese. Mi viene da pensare a cosa
succederà quando saranno finiti i combattimenti tra russi e ucraini: se ci sarà
ancora coabitazione tra due popoli così prossimi e come chi è sopravvissuto
riprenderà più o meno a vivere, cominciando però ad incrociare con sospetto lo
sguardo di chi incontra, inquietato dall’odio e dalle concrete possibilità che
il vicino di oggi sia magari il nemico combattente di ieri. Grazie a Teona
Strugar Mitevska, ai suoi collaboratori ed agli eccellenti interpreti del film
per averci condotto – con quest’opera così emozionante – a riflettere sulla
devastazione della guerra, tra le pieghe profonde dell’animo umano, sui
sentieri impervi della coabitazione possibile.
…L’appuntamento al buio, dunque, raccoglie ciò che
semina; attraverso la nobile, quanto naturale, causa dell’amore libero e
democratico, giunge al presente prossimo, mette le basi per l’autodistruzione
del popolo stesso. In sé, sebbene le cicatrici nella Sarajevo riprese nel
prologo si intravedano ancora sui muri delle case, la guerra de L’appuntamento sembra
dopotutto una realtà lontana e ormai oggetto di una memorialistica
a tratti posticcia. Tuttavia, è proprio quel vedo-non-vedo che
destabilizza un ambiente in equilibrio precario: Asja, Zoran, e tutto il gruppo
dell’appuntamento al buio rischiano continuamente di cadere nello stesso
identico precipizio di trent’anni prima; è questione di attimi, forse anche
secondi, per risprofondare in quelle solite premesse belliche, che
macchinosamente avevano deciso di lasciarsi alle spalle…
lunedì 19 gennaio 2026
domenica 18 gennaio 2026
La Grazia – Paolo Sorrentino
Paolo Sorrentino torna ai film migliori, grazie anche, come sempre, a Toni Servillo.
il presidente della repubblica, a fine corsa, nel semestre bianco, deve decidere su una grande questione, il fine vita, e su due piccole, le grazie.
arriva, come pure la figlia, in una prigione, per parlare con i detenuti per una possibile grazia (e sembrano la prigione di Elisa, per chi l'ha visto).
il presidente ricorda il suo passato e il poco tempo che gli manca lo rende fragile e determinato insieme.
solo la figlia lo sopporta e lo supporta, anche se lui è sempre solo a decidere.
il presidente è naturalmente un personaggio di fantasia, a differenza de Il Divo, e Toni Servillo è semplicemente perfetto.
tutti i dettagli del film li apprezzerà chi andrà al cinema, e uscirà contento.
buona (nel dubbio) visione - Ismaele
…Sotto il profilo interpretativo,
il legame tra Sorrentino e Servillo si sublima in quest’opera raggiungendo
un’autorevolezza composta e dolente. Ne emerge un
uomo scisso: diviso tra il rigore inappellabile del giurista e la vulnerabilità di
un vedovo segnato da silenzi e
rimpianti. La ricerca della verità si configura, in
tale contesto, come una sorta di “tossicodipendenza” affettiva: imprescindibile
e vitale, ma al contempo potenzialmente devastante.
Rispetto al passato, il confronto con Coco segna una rottura: l’arguzia non
riesce più a contenere il vissuto. Quando il linguaggio
perde la sua armatura, la parola cede il passo a
una verità interiore a lungo ibernata, che riaffiora
in tutta la sua nudità. Non è più il linguaggio a
dominare il sentimento; è il sentimento, nella sua
prepotenza, a svuotare il linguaggio medesimo.
Sorrentino rivendica, inoltre, una decisa autonomia rispetto
alla critica e al giudizio immediato:
una volta affidato al pubblico, il film diviene un oggetto
autonomo, “gettato a mare” e sottoposto alle correnti interpretative.
La grazia si delinea pertanto come il lento e paziente pedinamento
di un uomo alla ricerca della propria grande bellezza, non più
nell’estasi estetica o artistica,
bensì in una clemenza autentica rivolta innanzitutto
verso sé stesso. Al cuore dell’opera resta l’interrogativo devastante che
muove l’intera pellicola: «Di chi sono i nostri giorni?»,
un’indagine profonda sull’autodeterminazione,
intralciata da obblighi morali e vincoli familiari.
In questo contesto, il vagabondare del Presidente nel Quirinale diventa il
simbolo perfetto del cinema di Sorrentino: un’estetica che, pur accettando
la sofferenza, riesce sempre a isolare un gesto di autonomia e
amore.
…Un qualcosa che
vive, sottovoce, nelle immagini crude e ruvide avvolte di quella coltre onirica
morbida tipica della cifra stilistica che ha reso grande Sorrentino, e che nel
caso de La grazia dà forma a un'opera elegante di grande
sensibilità, percorsa di umorismo e dolcezza essenziali, eppure manifestazione
di una profonda crisi esistenziale: quella del Presidente Mariano di un
Servillo carismatico ma fragile, affettuosamente soprannominato Cemento armato
dai vicini, perché granitico e incapace di prendere posizione.
L'unica
a spronarlo è la figlia Dorotea, interpretata dalla bravissima Anna Ferzetti,
che se ne prende cura come fosse il suo angelo custode quando in fondo vorrebbe
soltanto riavere il proprio padre, vero e vitale. Ed ecco, quindi, il
suo pulsante cuore emotivo: La grazia è un film
sull'immobilismo – d'azioni e di sentimenti – generato dal sentirsi rotti
dentro. Quel tipo di rottura che genera distanza, dissipa ogni emozione e fa
spegnere gli occhi; riflesso condizionato di quando l'amore è assente e vive
soltanto nella memoria di ricordi malinconici…
…In "La grazia" si squadernano le
ossessioni tematiche formulate da Sorrentino nel corso della sua carriera,
ossia la senilità, l'attesa dell'epifania decisiva, il potere e il suo fine/la
sua fine, la contrapposizione tra levità e gravità, calate all'interno di una
forma estetica altamente codificata in venticinque anni di pratica con la
macchina da presa ma che qui aderisce al grigiore di De Santis. È dunque sì un
film che ha come prologo una sequenza iperbolica commentata dalla musica
elettronica, una teoria di dolly che staccano all'improvviso sulla figura di De
Santis che, osservando il volo delle frecce tricolori dall'alto del
Campidoglio, compie l'umano rituale di fumarsi l'unica sigaretta del giorno.
Eppure, i movimenti della macchina da presa di Daria D'Antonio, in particolare
le abituali carrellate, appaiono meno roboanti: Sorrentino lavora su uno spartito
in minore e, ricorrendo a soluzioni di messa in scena più intime, indugia sulle
vulnerabilità e le ferite di chi è soverchiato dagli oneri del potere…
…La trama de La
grazia ricalca, almeno in apparenza, la parabola tipica di un
film di Sorrentino, in cui il protagonista è costretto da un evento esterno a
fare i conti con il proprio passato e a modificare la propria postura rispetto
al presente. Un percorso che lo mette in relazione con la sua sfera emotiva,
piano in cui si celano i misteri che regolano il nostro modo di rapportarci con
il tempo e con lo spazio. Stavolta, però, la direzione è ribaltata.
La figura di
Mariano è infatti messa fin da subito e costantemente in crisi, preda di una
spinta alla destrutturazione che si era già avvertita, per esempio, in Parthenope,
pellicola in cui cominciava a emergere una certa autoironia, connaturata al
desiderio di smentire le formule codificate della poetica del regista
napoletano. Una tensione qui portata maggiormente a fuoco, soprattutto nella
svolta profondamente umana che investe il protagonista, rappresentante
simbolico – come accennato in apertura – del “Sorrentino pensiero”…
sabato 17 gennaio 2026
venerdì 16 gennaio 2026
giovedì 15 gennaio 2026
Harold e Maude - Hal Ashby
chi non ha mai visto il film ha la fortuna di vedere un film unico ed eccezionale, chi l'ha già visto lo sa bene.
un ragazzo ricco e nullafacente conosce una vecchietta piena di vita e d'entusiasmo, e lui cambia, conoscendo quello che non aveva mai conosciuto.
Harold e Maude sono indimenticabili, come lo sono le canzoni di Cat Stevens.
un film da non perdere, vedrete.
buona (strepitosa) visione - Ismaele
QUI si
può vedere il film
QUI il film in “Hollywood Party -
Il cinema alla radio”
…Maude rappresenta tutto ciò che la società americana dei primi anni
Settanta rifiutava: è anziana in un mondo che celebra la giovinezza, è
anticonformista in un’epoca di rigide convenzioni, è libera in una società che
cerca di controllare ogni aspetto dell’esistenza individuale. La sua filosofia
di vita, fatta di piccoli furti poetici, di gesti spontanei e di un’ironia
costante nei confronti dell’autorità – e in una scena a farne le spese è un
giovane Tom Skerritt -, diventa per Harold una vera e propria scuola di
liberazione.
La regia di Ashby è magistrale nella sua apparente semplicità. Il
regista costruisce un ritmo narrativo che segue i tempi dell’innamoramento
graduale, permettendo ai personaggi di svilupparsi naturalmente e senza
forzature. La sua macchina da presa osserva i protagonisti con discrezione,
catturando i piccoli gesti e gli sguardi che costruiscono la loro intimità
crescente.
Particolarmente efficace è l’uso degli spazi: la villa di Harold,
fredda e museale, si contrappone al mondo colorato e vitale di Maude, sempre in
movimento, sempre pronta a scoprire qualcosa di nuovo. Quando i due sono
insieme, lo spazio stesso sembra trasformarsi, acquisendo una dimensione
poetica che riflette la loro connessione spirituale…
…Harold impara così che l’amore è un fatto della
vita e come tale non dovrebbe tendere alla simbiosi ma semmai alla crescita.
L’amore non è un contratto basato su rispecchiamenti narcisistici (come quello
che gli dava sua madre o come quello che sogna Mary) ma è più che altro una
sorta di benedizione; è il fatto che qualcuno voglia per te ogni bene, che ti
insegni che puoi stare nel mondo perché è bello un mondo in cui ci sei anche
tu.
Proprio quando
ogni lezione è imparata e il cuore di Harold è libero, Maude cambia tutto di
nuovo e ci lascia tutti a bocca aperta! In fondo, come dicevo, nei grandi amori
non si riesce mai a prevedere davvero cosa sta per dire l’altro.
E mentre ogni
mistero si compie, Cat Stevens canta che qualsiasi sia la montagna che nella
vita ci tocca scalare, l’importante è darsi tempo per farlo e pensare a
qualcuno di caro. E io penso che anche questo pensiero è una benedizione d’amore.
…el atribulado joven está en verdad obsesionado con la
muerte porque la considera una válvula de escape con respecto a una vida que
estima empardada con la existencia inerte e hipócrita de su madre, a quien
además fantasea asesinar, y de las chicas burguesas que ésta eligió para él; no
obstante cuando llega a conocer a Maude la vida se transforma en algo más, en
una amplitud que pide con fervor ser descubierta, en una posibilidad hermanada
a la libertad real, no a ese conglomerado de comportamientos sociales estancos
insignificantes de nuestros días y su ilusión de libre albedrío sino a una
suerte de militancia mundana antiinstitucional, enajenada, algo freak y
contracultural que enarbola al arte, la fertilidad, el delirio, la frescura y
la desobediencia más jocosa y osada como banderas fundamentales del fluir
cotidiano. La película edifica un alegato humanista de autoafirmación que
apuesta a la anarquía en la praxis y niega toda legitimación a los esquemas
estatales de tiranía/ opresión y su constante vigilancia pública
homogeneizadora, dando a entender que el amor puede transformarse en un puente
inmejorable al momento de derribar todo recelo o apariencia de distancia para
alcanzar una cultura compartida basada en la franqueza y la autodeterminación
espiritual aguerrida…
In un'ideale classifica sulle amicizie/amori sul
grande schermo, "Harold & Maude" occuperebbe sicuramente un posto
tra i primi dieci.
Mitica commedia figlia di un epoca ma universale
per i valori che vuole trasmettere, riesce ancora a mostrare un sense of humour
straordinario e una potenza anticonformista a suo modo struggente.
Come dice l'arzilla Maude, bisogna giocare la
partita con vigore per poi poterne parlare negli spogliatoi, senza preoccuparci
troppo di ciò che è o non è normale e allineato alla regola.
Esilaranti i tentativi di suicidio del depresso
Harold, carezzevole la regia del grande Ashby e splendidi i due interpreti,
coem le musiche di Cat Stevens.
Un cult movie che andrebbe rispolverato.