
I demòni è senz’altro il romanzo più oscuro, il più efferato e violento, della cinquina del Dostoevskij maturo. Il titolo si ispira all’episodio evangelico (messo anche in epigrafe al romanzo e raccontato da Luca: 8, 32-37), nel quale Gesù esorcizza un uomo e i demoni passano da lui ad una mandria di porci, che si gettano nel lago e annegano.
Tale riferimento evangelico, insieme all’altra epigrafe tratta dalla poesia Besy di Puskin, che è poi il titolo del romanzo in lingua russa, non può generare alcun equivoco sulla traduzione (e dizione) dèmoni/demòni – essendo la seconda quella corretta, laddove dèmoni avrebbe tutt’altro significato.
Ma vi è un’altra citazione evangelica ancora più importante di questa, che ossessionava Dostoevskij durante la stesura del romanzo. Egli la colloca inizialmente in un capitolo – “Da Tichon” (La confessione di Stavrogin) – che però il suo editore si rifiuta di pubblicare, poiché contiene un episodio che desterebbe scandalo: l’orribile strupro di una ragazzina, una quattordicenne “ancora bambina all’aspetto”, di nome Matrëša, che finirà per impiccarsi.
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Nel suo saggio del 1968 L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, Canetti riesce a concentrare ad un certo punto, in poche straordinarie pagine, gli elementi essenziali presenti nelle opere di Kafka, a partire dall’angoscia per il potere e dall’umiliazione ad esso connessa. Sul concetto di potere risultano rivelative otto righe di una annotazione di Kafka presente in Preparativi di nozze in campagna, che ci restituiscono un’immagine dell’universo che Canetti reputa straordinaria: