Magnum Mystery 1 – Magnum in Giallo (guest post)


La nostra amica Vasquez, la Colonial Marine del Zinefilo, parte per una nuova missione: raccontarci di quella volta in cui la Signora in Giallo unì le forze con Magnum P.I.
L.


Magnum Mystery 1 (di 2)
Magnum in Giallo

di Vasquez

Mi capita, una volta ogni quattro-cinque anni, di uscire a cena con tre amiche di vecchia data. Vorremmo in realtà riuscire a vederci più spesso, purtroppo però i rispettivi impegni non ci consentono di fare di meglio. Alla fine va bene anche così, riusciamo a farci bastare il poco che ci vediamo, e abbiamo comunque modo di aggiornarci sulle nostre vite, nonché di divertirci.

Girls just wanna have fun (cit.)

Durante l’ultima volta che ci siamo viste, tra una chiacchiera e un morso di pizza, viene fuori che ognuna di noi ha una sua propria serie confort, di quelle che si lasciano in sottofondo in TV mentre si fa altro, viste e riviste fino alla nausea, di cui si conoscono a memoria tutti gli episodi ma della quale comunque non si riesce a fare a meno.

L’insospettabile serie preferita di Claudia (nome di fantasia) è “La signora in giallo” (Murder, She Wrote), e se conosceste Claudia, anche voi sareste rimasti a bocca aperta.
Fatto sta che viene fuori che gira voce stiano facendo un film, de “La signora in giallo”, e non un prodotto televisivo bensì un vero e proprio film per la sala cinematografica, con Jamie Lee Curtis al posto della compianta Angela Lansbury.

Secondo voi se pò fa’?

I percorsi del MACC (Motore ad Alta Coincidenza Cinematografica) sono infiniti, come sappiamo, e sappiamo pure che tutte le strade portano al cinema, o alla TV. Infatti si dà il caso che Angela Lansbury, prima di diventare Jessica Fletcher, fosse già stata un’investigatrice dilettante, anzi, l’investigatrice dilettante per eccellenza, ovvero miss Marple, nel film Assassino allo specchio (The Mirror Crack’d, 1980), dal romanzo omonimo del 1962 di Agatha Christie, dove recitava anche Tony Curtis, papà della nostra cara Jamie Lee.

A volte ci si mettono anche i fan, ad aiutare il MACC a battere il ferro finché è caldo, tant’è infatti che qualche giorno dopo quella nostra seratina, sul nostro gruppo Whatsapp di mia creazione, Francesca (altro nome di fantasia) posta una locandina, quasi un invito ad andare tutte insieme a vedere il film di prossima uscita:

Mi metto a cercare in Rete, e scopro sgomenta che è una locandina fan-made, un falso, non c’è traccia in giro di un film con Jamie Lee Curtis, Tom Selleck e George Clooney, solo voci di corridoio. E perché non c’è traccia in giro di un film simile?!? Sarebbe divertentissimo! Anzi: perché non approfittare che Tom Selleck è ancora tra noi e magari fare un film con Jessica Fletcher e Thomas Magnum che danno la caccia Danny Ocean?

Per gioco, digito nella barra di ricerca di Google “La signora in giallo e Magnum P.I.” e mi viene fuori questa immagine:

“Magnum, She Wrote”, geniale!

E questa adesso da dove viene fuori? Mi sono incuriosita per molto meno, e mi basta poco per scoprire che i due personaggi si sono già incontrati in due episodi cross over nelle rispettive serie di appartenenza. Ricordavo un incontro di Thomas Magnum con i due fratelli protagonisti del telefilm “Simon & Simon” (episodio 2×01, 1982), anche loro investigatori privati, ma non ricordavo assolutamente questo con Jessica Fletcher, così accingo al recupero.

L’unico fotogramma in cui i fratelli Simon incontrano Magnum

Si parte con “Magnum P. I.”. L’episodio è il 7×09 (19 novembre 1986) “Realtà e fantasia” (Novel Connection in originale).

Robin Masters è in Grecia e Higgins va in aeroporto a prendere Pàmela, carissima amica del signor Masters (scrittore per il quale lavorano sia Higgins che Magnum) che pare abbia contribuito alla pubblicazione dei suoi primi romanzi, la sorella di Pàmela, Joan, e la giovane segretaria di Joan, Amy. Mentre i quattro sono in auto sulla strada per hotel prenotato dalle tre donne, ecco che spunta un furgone che li manda volutamente fuori strada. Al che, arrivati comunque alla tenuta del signor Masters, si decide che le tre soggiorneranno lì invece che in albergo, approfittando della presenza di Magnum come gorilla, o portaborse, o quel che è… Di sicuro non un detective. Anzi per tagliare la testa al toro Pàmela decide di far intervenire una sua conoscenza per far luce sull’incidente del furgone.

Magnum, pur se un po’ offeso dall’atteggiamento dell’insopportabile Pàmela, non si dispiace di rinunciare a quest’indagine estemporanea, perché ha comunque altro da fare, ma è lo stesso incuriosito dalla persona da lei interpellata per risolvere il caso. Curiosità che sale sempre più, datosi che sia Pàmela che Higgins si rifiutano di farne il nome. Finché finalmente costui arriva…

… o forse dovrei dire “costei”?!?

Viene fuori che Magnum la conosce! O meglio: conosce “J. B. Fletcher”, la famosa serie televisiva con annesso famoso scrittore, ma non aveva idea che dietro le iniziali si nascondesse il nome “Jessica”, e che lo scrittore fosse in realtà una scrittrice, nonché investigatrice. Be’, forse investigatrice non proprio, comunque sia è lei il valido aiuto per l’indagine che Pàmela stava aspettando.

[Intervengo giusto per ricordare come lo pseudonimo usato da Jessica giochi con un nome esistente, J.S. (Joseph Smith) Fletcher, autore britannico di “giallo classico” che ha avuto buona distribuzione anche in Italia, sin dagli anni Venti del Novecento. Nota etrusca]

La parte investigativa dell’episodio però non è delle più riuscite. La vicenda è tutta giocata sul fatto che Magnum non è ufficialmente incaricato del caso ma ci si ritrova invischiato suo malgrado, e malgrado Pàmela, che invece vorrebbe che a occuparsene fosse la sola Jessica. La quale è però a favore del coinvolgimento di Thomas, con gran scorno di Higgins, che si mette a fare il piacione con la famosa scrittrice e non vorrebbe Magnum fra i piedi.

Higgins: «Ho organizzato una colazione a base di aragoste del Maine in suo onore.»

Jessica: «Oh grazie! Che pensiero gentile. Vuole chiedere al signor Magnum di essere dei nostri?»

Lo percepite anche voi…

…il fastidio…

…di Higgins?

Il canovaccio giallo della puntata mi ha lasciato parecchio perplessa. Non ci si capisce niente, tra anelli di diamanti che vengono dichiarati falsi e invece sono veri, mariti violenti, una vedova inconsolabile che però non vede l’ora di gettarsi tra le braccia di Magnum, un sicario (l’autista del furgone, l’unica cosa che ho capito), cocktail party organizzati non si sa da chi per conto di chi, un magnate industriale, un intermediario finanziario, un grosso editore…

È tutto parecchio confuso e intrecciato più del necessario. Ma di sicuro si pone parecchio l’accento sulle fantastiche doti deduttive della signora Fletcher, e a sorpresa scopro che l’opinione che Higgins ha di Magnum è tutt’altro che bassa, anzi a un certo punto lo difende anche, con l’indisponente Pàmela che continua denigrarlo, visto che stando alle apparenze Robin Masters gli concede di vivere nella sua tenuta senza fare niente. Al che Higgins la redarguisce: «Non è né un ozioso né un profittatore, e non è proprio l’ultimo arrivato, come investigatore.»

“Lo stimo certo, ma non è che si può sedere al tavolo dei grandi con noi”

Comunque, alla fine di diverse peripezie, pedinamenti e sospetti ora sull’uno ora sull’altro, si finisce con uno scontro a fuoco tra Magnum e tale Mayfield, il sicario, che finisce ovviamente con la morte di quest’ultimo.

Mayfield era stato mandato da un certo Arthur Houston per non ben specificati motivi per uccidere Joan, la sorella dell’amica della signora Fletcher, mentre Higgins, che per tutto il tempo ha creduto di essere lui il bersaglio, non riesce a capacitarsi della figura da idiota che ha fatto agli occhi di Jessica. Ma il Maine d’estate a quanto pare è bellissimo: ottima cucina, locande accoglienti, trascorrere le ferie dalle parti di Jessica Fletcher potrebbe non essere non essere una cattiva idea.

Caso chiuso, ora di rilassarsi

Eh.

Ma se il caso è chiuso, di cosa mai parlerà la seconda parte di questo cross over?

Sempre più curiosa, accingo al recupero dell’episodio 3×08 (23 novembre 1986) de “La signora in giallo”, scoprendo sgomenta che trovarlo in italiano non è facile come lo è stato per quello di “Magnum P. I.”, neanche attingendo alla migliore distribuzione italiana, ossia quelli dei Santi Pirati, di cui ho beccato una registrazione da Rete4 della quale parlerò tra poco, e da cui provengono le schermate che ho catturato, tranne quella di Higgins infastidito.

“Magnum P.I.” è da sempre di proprietà della Mediaset, fu Fininvest, sin dalla sua prima apparizione in Italia in quel del 1982, e anzi da un po’ di tempo viene anche ritrasmesso su Italia1 la mattina dalle 6,30 alle 8,30 in doppia replica: qualcuno si è finalmente deciso a togliere “Supercar”! [Non ci sperare, Vasquez, quella maledetta serie sarà replicata nei secoli dei secoli! Nota etrusca]

“La signora in giallo” invece esordì in Italia nel 1988 sulla RAI, dove è rimasta anche in replica fino al 2011, quando le reti berlusconiane ne hanno acquistato i diritti per la trasmissione in chiaro, accorgendosi così che curiosamente la puntata 3×08 Magnum on Ice della serie con protagonista Jessica Fletcher non era mai stata doppiata né trasmessa dalle reti nazionali.

Troppa fatica in RAI stare a ricreare il font originale,
figuriamoci doppiare episodi perduti
(dalla puntata 1×08 “Delitto alla ribalta”,
non sono riuscita a scoprire la data di trasmissione)
[Le date sicure per questo episodio sono: 7 settembre 1988, 1° aprile 1994,
24 agosto 1994, 15 gennaio 1996 e 5 luglio 1999. Nota etrusca]

Per vedere edito in Italia questo episodio dimenticato dalla RAI, si è dovuta attendere l’uscita del cofanetto DVD de “La signora in giallo” (Universal 2009), dove Magnum On Ice (questo il titolo della puntata incriminata) è presente in lingua originale sottotitolato in italiano, dopodiché a quanto pare lo stesso è stato trasmesso dal canale satellitare Fox Crime, sempre in inglese coi sottotitoli. Tutto ciò all’incirca negli anni 2007-2008-2009, non sono riuscita a trovare dati precisi su questo.

I due riescono a dimostrarsi reciproca stima
anche in momenti leggermente fuori luogo:
«Allora buona fortuna per le indagini!»
«Grazie! E a lei auguri per il suo prossimo romanzo!»

La cosa veramente spettacolare è quello che invece hanno fatto alla Mediaset nel 2011, all’acquisizione dei diritti in chiaro della serie. Non solo si sono premurati di doppiare l’episodio mancante, ma hanno ridoppiato anche la prima parte del cross over, la puntata di “Magnum P.I” con Jessica Fletcher, dove Angela Lansbury era doppiata da Laura Rizzoli, richiamando la doppiatrice storica di Jessica, quella cui tutti siamo abituati, ossia Alina Moradei.

Per l’occasione hanno richiamato anche i doppiatori originali di Magnum, Higgins, Rick e T.C., e trasmesso, sia Magnum ridoppiato sia, finalmente in chiaro, l’episodio “dimenticato” de “La signora in giallo”, uno di seguito all’altro, su Rete 4, il 29 ottobre 2011 (fonte AntonioGenna.net che tra l’altro riporta anche un dietro le quinte piuttosto interessante, ma come sempre non si capisce da dove venga fuori).

Ed è questa la trasmissione che qualcuno si è premurato di registrare, che io poi ho “acchiappato” in Rete e da cui ho preso le schermate per questo pezzo.

Purtroppo, anche se diversi siti riportano la suddetta data, non ce l’ho fatta a trovare prove tangibili, neanche sfruttando l’archivio de “L’Unità”

… ma questa scritta in sovrimpressione può essere una conferma
che ci sia stato un cambio di palinsesto dell’ultimo minuto,
e che quindi le guide TV dell’epoca non abbiano fatto in tempo ad aggiornarsi

Impresa gustosissima, e per me irresistibile, il confronto tra i due doppiaggi della puntata di “Magnum P.I.”, uno del 1986 e uno del 2011. Venticinque anni di differenza non sono uno scherzo, e non è una cosa che capita tutti i giorni.

Qualcosa di simile accadrà comunque quattro anni più tardi, anche se in ambito cinematografico e non televisivo. Sto parlando di Terminator (1984) e del suo reboot Terminator Genisys (2015), dove sono stati ripresi alcuni dialoghi presenti nel film del 1984 e riportati identici in italiano in quello del 2015.

Ma mentre in Genisys si riesce a percepire il divario di trent’anni di evoluzione del doppiaggio, come ci spiega Evit in questo suo pezzo:

«Anche non ricordando precisamente i dialoghi italiani del 1984, potrete facilmente identificare le battute “storiche” della Ciotti-Miller [responsabile dell’adattamento del primo Terminator] perché sono le uniche frasi che stonano leggermente con il resto dell’adattamento moderno; del resto in 31 anni lo stile e i metodi di lavoro nel mondo del doppiaggio sono cambiati in maniera totale e in questo film si scontrano verbalmente, se avete le orecchie per farci caso»

questo nuovo doppiaggio di “Magnum P.I.” è pressoché indistinguibile da quello storico.

Magnum 1986 (non proprio, ma quasi…) vs. Magnum ridoppiato

I dialoghi sono identici, del resto perché mettersi lì a fare un nuovo adattamento, quando la Mediaset possiede comunque i diritti del vecchio? E per di più sono recitati in maniera identica dai medesimi doppiaTTori, tranne che per il personaggio di Jessica Fletcher (e diversi personaggi secondari di importanza nulla). Le loro voci (nonché la loro bravura come doppiatori) sono invecchiate ottimamente, si sono leggermente inspessite, ma hanno retto egregiamente la prova del tempo.

Titoli di testa di “Magnum P.I.” della puntata 4×14 “La figlia di Rembrandt”…

…registrati il 13 luglio 1995…

…prima che nel finale della sigla si vedesse la famosa alzata di sopracciglia del protagonista

Ci sono alcune differenze tra i due adattamenti (in una scena la Fletcher viene chiamata “J.B.” nel 1986 e “Jessica” nel 2011, ad esempio), ma parliamo di cose infinitesimali, e se non si è a conoscenza di questa storia del ridoppiaggio, diventa una vera sfida capire quale versione si stia vedendo.

Il confronto dei doppiaggi mi ha dato modo di paragonare le due versioni dell’episodio, e in quella del 1986 ci sono alcune scene in più, tra cui quella con Higgins indignato di qualche schermata più sopra. Pochi minuti, che influiscono poco o nulla in una vicenda già di per sé confusa, però secondo me tolgono un po’ di pepe che non ci stava male.

“Madonna che fastidio ’sti confronti…”

I confronti non finiscono qui.

Il titolo originale Novel Connection fa riferimento a un sacco di cose, purtroppo intraducibili. C’è la “connessione insolita” che porta all’incontro tra Magnum e la Fletcher, nonché il gioco di parole insito nel termine “novel”, che vuol dire sia “nuovo, insolito, strano” che “romanzo”, facendo così riferimento all’attività di scrittrice della Fletcher. In italiano quindi si è optato per un pressoché neutrale “Realtà e fantasia”, attaccandosi al fatto che durante la puntata Magnum viene continuamente accusato di fare deduzioni sbagliate basandosi solo su sospetti e pregiudizi, invece che sulla logica, il ragionamento e fatti reali. E alla fine va bene anche così, anche perché nell’ambito delle titolazioni qui in Italia abbiamo avuto certamente di peggio.

Ulteriore non troppo velato motivo
per cui si guardava “Magnum P.I.”

Qualcosa di simile accade anche per la seconda parte della storia, che si svolge come detto nella serie dedicata a Jessica Fletcher, originariamente intitolata “Magnum on ice”, altra espressione idiomatica a cui arriverò a breve, che in italiano non poteva essere resa né nel 1986, né nel 2011 quando per la prima volta questa ottava puntata della terza stagione de “La signora in giallo” diventa degna di avere un titolo anche in italiano:

Se c’era da aspettarsi qualcosa di diverso, non ho idea di cosa potesse essere…

To put (o to keep) something on ice il mio dizionarietto me la traduce come “tenere qualcosa in sospeso, mettere da parte qualcosa”, ma qui mi viene tradotto, in una maniera sorprendentemente calzante, come “in prigione”.

E perché mai Magnum viene messo in prigione, se alla fine dell’episodio precedente lo vediamo tranquillamente stravaccato sul divano a leggere – per la prima volta a quanto pare – un libro della famosa J.B. Fletcher?

Accingendomi a vedere – finalmente! – la seconda parte di tutta ’sta manfrina, ecco che vengo assalita dalla Sindrome di Annie Wilkes. Ce la ricordiamo tutti Annie Wilkes, vero? L’Ammiratrice Numero Uno di Paul Sheldon, il creatore di Misery Chastain, il personaggio che assolutamente a nessun costo non può e non deve morire?

Annie Wilkes, felice come me quando mi capita di parlare di “Misery”
(prima di un attacco della Sindrome che porta il suo nome)

Annie l’infermiera pazza costringe – sia nel libro di Stephen King che nel film di Rob Reiner (ciao Rob!), entrambi capolavori – lo scrittore Paul Sheldon a riportare in vita Misery Chastain, che lui aveva “ucciso” nel suo ultimo romanzo. Ma il modo in cui fa tornare Misery risulta superficiale, una specie di truffa, un inganno. Annie gli spiega che la stessa cosa era successa in uno di quei “film a episodi”, in questo caso “Rocket Man”, che lei andava a vedere al cinema da bambina, storie a puntate, un episodio a settimana. Praticamente un telefilm.

La quiete prima della tempesta

I cattivi mettono Rocket Man in una macchina che non ha i freni, e poi la spingono giù per un dirupo. La macchina vola per qualche metro nel vuoto, poi urta contro una parete di roccia e esplode. Fine della puntata, se ne riparla il sabato successivo con un nuovo episodio, che iniziava sempre con la fine di quello precedente. Ed ecco che mostrano l’auto che viene giù dalla montagna, poi il burrone e poi, un attimo prima che la macchina spicchi il volo, lo sportello si spalanca e lui si catapulta fuori dall’auto. Ed è qui che Annie Wilkes perde il controllo:

Eccaaa’là! È partito l’embolo!

«[…] i bambini al cinema si misero a gridare di gioia perché Rocket Man si era salvato. Ma io no, Paul. Io ero fuori di me! Io gridavo: “Non è così che finiva l’altra settimana! Non è così che finiva l’altra settimana!”»
Balzò in piedi e prese a passeggiare nervosamente, a testa bassa, con i capelli che le pendevano come un cappuccio crespo intorno alla faccia, battendosi ritmicamente un pugno nel palmo dell’altra mano e mandando lampi dagli occhi.
«Mio fratello cercò di farmi smettere e siccome io non ne volevo sapere, cercò di mettermi una mano sulla bocca, ma io gliela morsicai e continuai a gridare: “Non è così che finiva l’altra settimana! Vi siete tutti rimbecilliti? Vi è venuta l’amnesia?” E mio fratello: “Sei matta, Annie”, ma si sbagliava di grosso. Venne anche il direttore del cinema e disse che se non la piantavo mi avrebbe cacciata via e io gli risposi che non ce n’era bisogno, perché me ne andavo da me, perché quella era una sporca truffa, perché non era così che finiva l’episodio precedente!»
Quando lo guardò, Paul vide la luce omicida che aveva negli occhi.
«Non si era buttato fuori da quella macchina! Quando la macchina era finita nel burrone, lui era ancora dentro! Lo capisci?»

Sì, perché la 3×08 de “La signora in giallo” inizia con un riassunto della 7×09 di “Magnum P.I.”, e porcamiseria! qualquadra non cosa! non cosa per niente!

Fine episodio vs Inizio dell’episodio successivo…

Jessica Fletcher stessa, con la voce di Alina Moradei, racconta in prima persona i fatti accaduti a partire dal tentativo di mandare fuori strada l’auto con a bordo Higgins e le sue tre ospiti, tentando oltretutto di dare un senso all’intera vicenda, quasi riuscendoci, devo dire. Fino a quando non si arriva allo scontro a fuoco, dove vengono sparati più colpi dall’una e dall’altra parte, tra Magnum e il sicario Mayfield, che rimane ucciso da un colpo frontale al cuore impugnando egli stesso una pistola. Ma Jessica ora dice che tutti hanno udito “solo” due colpi, e Mayfield è rimasto ucciso da un colpo alle spalle, e oltretutto era disarmato! Motivo per cui Magnum viene arrestato per omicidio volontario.

Sempre stima: «Auguri per il suo prossimo romanzo!»,
«Tanti auguri anche a lei per le sue future indagini!»

Ad averlo saputo prima, che mi sarei trovata di fronte a tutti ’sti misteri, probabilmente non mi sarei mai imbarcata nella scrittura di questo post, e la tentazione di mollare tutto come sempre scorre potente, ma ormai sono in ballo, e credo che non riuscirei a fermarmi neanche impegnandomi…

Questo sito mi spiega che all’epoca del fattaccio la CBS realizzò due diversi finali per l’episodio di “Magnum P.I.”: uno con finale aperto, di modo da poterlo ricollegare col proseguio della storia nella serie di Jessica Fletcher, e uno col finale chiuso, e cito «in modo che le reti che trasmettevano “Magnum P.I.” in syndacation non avessero problemi.»

Sempre stando a TV Blog, pare che nel 2011 dovesse andare in onda la versione col finale aperto, ossia quella in cui Mayfield viene colpito alle spalle e Magnum messo in prigione (come riassunto dalla signora Fletcher), ma poi evidentemente qualcosa non è andato in porto:

“Maremma del fastidio!”

«Grazie a Diego Castelli, della Redazione cinema di Rete4 nonché autore di SerialMinds, veniamo a sapere che l’episodio di “Magnum P.I.” che andrà in onda domani alle 12 non sarà quello a finale aperto, come detto da noi. La rete ha avuto problemi contrattuali nel recupero dell’episodio col cliffhanger, motivo per cui domani, prima della puntata inedita de “La signora in giallo”, vedremo un riassunto della puntata appena trasmessa che mostrerà il finale che non è andato in onda.»

Mi sento di poter affermare che TV Blog è un sito serio, e quindi credo che la notizia sia attendibile, peccato solo che la nota che riporta alla fonte di questa notizia rimandi a un link non più attivo, di un sito archiviato, forse lo stesso da cui AntonioGenna.net ha tratto le notizie dei “dietro le quinte” del ridoppiaggio.

Dove eravamo rimasti? Ah sì! On Ice!

Okay, finalmente ci siamo. Dopo essermi chiarita tutti i dubbi e le curiosità e aver esaurito tutti i “dietro le quinte”, posso finalmente togliermi la soddisfazione di vedere come cacchio va a finire ’sta storia.

La signora Fletcher si mette subito all’opera, andando a ispezionare il luogo dell’omicidio, e poi su suggerimento di Magnum, va a incontrare tipi loschi incassando velate minacce.
Higgins nel frattempo scopre che dall’armeria del signor Masters è scomparsa una pistola, una 45 automatica, e un silenziatore, la qual cosa spiegherebbe perché si sono uditi solo due colpi quando Mayfield è stato ucciso: chi ha sparato a Mayfield alle spalle ha usato la pistola col silenziatore rubata nella tenuta di Robin Masters, e i sospetti cadono sulle tre insospettabili donzelle ospiti di Higgins.

Il quale Higgins finalmente paga la cauzione di Magnum, che può così mettersi a indagare per conto proprio invece di farlo per interposta persona. Sfiga vuole che proprio ora che lui è fuori viene ammazzato qualcun altro, con la stessa arma con cui è stato ucciso Mayfield.

«Ho finito il tuo libro Jessica. Lo scrittore più vicino
al mio genere è Dashiell Hammett, ma piace il tuo modo di ragionare!»
(L’informale vestaglia di Jessica fa in modo che i due si diano finalmente del tu)

Tra mariti avidi e violenti, gioielli scomparsi, vedove cattive che confessano macchinazioni improbabili, Higgins karateka e Magnum ruffiano, il caso si dipana, di certo non più chiaramente rispetto alla sua prima parte, ma in qualche modo arriva a conclusione.

Non ho mai seguito assiduamente “La signora in giallo” e non saprei dire quanto questa puntata ne sia indicativa, anche perché qui si svolge tutto alle Hawaii, sul terreno e coi comprimari di Magnum. Tutto quello che so su Jessica Fletcher mi viene dal canale YouTube di Simone Fini “Gioventù Passata Davanti Al Tubo Catodico“, di cui sono drogata persa, il cui unico difetto è di non citare le fonti da cui prende tutte le informazioni e gli aneddoti gustosi che snocciola in ogni puntata.

E non posso neanche stare a paragonare la Lansbury, allora sessantunenne, con qualcuna delle attrici che oggi hanno quell’età o giù di lì. Se si pensa a Demi Moore, Monica Bellucci, Sandra Bullock, di certo non vengono in mente delle signore di mezz’età, per quanto energiche, quale è invece il modo in cui tutti ricordiamo Angela Lansbury. Devo dire comunque che l’attrice aveva una bella vitalità (se ne va in giro sopra i tacchi a passo di carica per tutto il tempo!) e tutta una serie di piccoli gesti e manierismi che mi sono piaciuti molto.

«Allora Jessica, che ne dici se facciamo un patto?
Se tu non prendi la licenza da investigatore privato,
io non compro una macchina da scrivere!»

(continua domani)


Ringrazio di cuore Vasquez per questa sua nuova “missione”.
L.

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Silent Hunter (1995) Caccia silenziosa


Il radar del nostro Romulus per gli Eroi della Z è fenomenale, e nella sua opera di video-archeologia riesce sempre a trovare filmacci ghiotti insaporiti con volti che hanno la serie Z marchiata a pelle.

Vi invito a leggere la frase di lancio sulla copertina italiana qui in alto: «L’unico errore: lasciarlo vivere…» È esattamente quello che penso dell’attore Miles O’Keeffe!

IMDb mi dice che Silent Hunter esce nelle videoteche americane nel marzo 1995, ma intanto la nostra Rai2 già se l’era pappato con due mesi d’anticipo, mandandolo in onda nella prima serata di giovedì 26 gennaio 1995 con il titolo Caccia silenziosa.

Intanto però la consueta Santa Tripletta dell’epoca (Fox Video / Prisma / Eagle Pictures) lo presenta in VHS con lo stesso titolo, purtroppo senza alcuna data se non il 1994 del copyright. Di solito all’epoca le videocassette uscivano prima delle messe in onda televisive, quindi ipotizzo che la VHS sarà uscita sul finire del 1994, o forse quello stesso gennaio 1995.

Una volta ancora l’Italia degli anni Novanta ha battuto la distribuzione americana: forse perché il regista e attore Fred Williamson aveva più che ottimi contatti con la distribuzione nostrana, essendo un volto ben noto alla nostra cinematografia di genere? Aver per produttore uno che si chiama Claudio Castravelli non lascia dubbi sulla presenza italiana in questo film.

La qualità del video che ci passa Romulus è troppo alta per essere un riversamento da una VHS del 1995, do per scontato sia un mux: ringrazio alla cieca il Santo Pirata che l’ha fatto, visto che la distribuzione italiana non ha intenzione di riesumare questo film in digitale.

Un cacciatore così silenzioso che non ha lasciato alcuna traccia di sé

Il film dev’essere sicuramente di fantascienza, perché si apre con qualcosa mai visto prima sulla faccia della Terra: Miles O’Keeffe che recita! Com’è possibile? Il celebre comattore, noto come il ParaliZZato della Z, è famoso per presentare ad ogni film la stessa paresi facciale che lo devasta dagli inizi carriera, essendo inabile a qualsiasi recitazione perché non esistono prove che sia mai stato vivo, possibile che qui Fred Williamson sia riuscito a farlo recitare?

Da segnalare come per tutta la scena indossi delle cuffie che non vedevo dagli anni Ottanta: sicuri che questa scena sia stata girata davvero nel 1994?

Per la prima volta nella sua vita… Miles O’Keeffe muove i muscoli facciali!

Miles interpreta… oddio, mi fa strano usare questo verbo così assurdo, dato il comattore, eppure è così: O’Keeffe muove dei muscoli facciali quindi tecnicamente recita e perciò interpreta un personaggio, nello specifico Jim Parandine, il solito poliziotto sotto copertura che fa tutto secondo le proprie regole e non aspetta rinforzi: insomma, il solito stereotipo anni Ottanta. Vista anche l’estrema vecchiaia della moda degli attori, mi chiedo di nuovo: questa scena è davvero girata nel 1994?

A un certo punto mentre sta incastrando dei meccanici cattivi vengono mostrate delle locandine: saranno prodotti cari al regista? Vediamo Hammerhead Jones (1986) di Robert Michael Ingria…

… e Scarecrows (1988) di William Wesley: non ho trovato punti di contatto fra questi film.

Tra parentesi, Miles O’Keeffe è anche icona di stile nel vestire!

Parandine è rude sul campo ma papone in seno alla propria famiglia, che però viene sterminata da dei rapinatori di banca, i quali sparano pure al poliziotto e lo lasciano per terra credendolo morto.

Passano due anni e Parandine lo vediamo correre fra i boschi innevati del Canada, avendo cambiato vita dopo il terribile episodio, ma soprattutto… avendo perso ogni capacità attoriale: torna il ParaiZZato della Z che abbiamo sempre conosciuto, come mai ha perso i suoi poteri?

È già finita l’attorialità di Miles, è tornato in coma con la barba finta

Quante possibilità ci sono che due anni dopo gli stessi rapinatori finiscano proprio nello stesso paesino sperduto fra le nevi canadesi? E che probabilità ci sono che vadano a fare la spesa proprio nel momento esatto in cui la fa pure Parandine?

La banda di Bo (Peter Colvey) è molto particolare, ogni suo colpo frutta una manciata di dollari ma in compenso lascia sul campo tipo mille morti. Forse Bo dovrebbe studiare dei piani migliori, visto che il costo dei miliardi di proiettili esplosi in ogni colpo non è coperto dai dollari rubati. Comunque con la sua banda mette a segno un colpo nel paesino, sterminando miliardi di abitanti: in pratica, di tutto l’innevato paesino canadese rimane in vita – ma ferito – solo lo sceriffo Mantee, ma solo perché è interpretato da Fred Williamson.

Il regista si ritaglia questo minuscolo ruolo totalmente inutile, visto che le forze di polizia locale non sanno fare altro che morire per mano di Bo come pesci in barile.

Il mistero del regista che tiene per sé il ruolo più inutile

Una volta capito chi siano i criminali e una volta assistito al loro ennesimo sterminio, Parandine scatena una guerra che i criminali non se la sognano neppure. Ma dovranno morire altri mille innocenti, prima che finalmente Parandine faccia qualcosa negli ultimi dieci secondi prima dei titoli di coda.

La scena iniziale fa credere di trovarsi di fronte a un filmucolo d’azione di serie Z sì ma almeno divertente, frizzante, invece poi tutto crolla e gli unici protagonisti assoluti della vicenda sono i criminali, cioè pessimi personaggi interpretati da gente di passaggio, che chiamare attori mi sembra esagerato.

Questi due personaggi sgradevoli sono gli unici protagonisti dell’intero film

Miles O’Keeffe è solo una comparsa che rimane immobile sullo sfondo per l’intero film, poi negli ultimi dieci secondi muove un dito e partono i titoli di coda. L’eroe dei poveri si è pure vestito di bianco per un’operazione di guerriglia tra la neve, ma a parte camminare fra gli alberi non fa assolutamente niente: ipotizzo che Williamson abbia detto al comattore “Non sforzarti a imparare battute, che tanto non le sai recitare, limitati a camminare fra i boschi che poi in montaggio lo facciamo sembrare una cosa seria”.

Da un caciarone d’esperienza come Fred Williamson mi aspettavo almeno del divertimento grasso e lanoso, roba da due soldi ma simpatica, invece rende delle nullità il punto focale dell’intera narrazione e così la nullità di O’Keeffe risulta molto più inutile di quanto già non risulti in ogni film. Insomma, l’ennesima grande delusione del ParaliZZato della Z.

Ringrazio comunque Romulus per aver riesumato questa chicca d’epoca, dimenticata dalla distribuzione italiana.

L.

– Ultimi film con Miles O’Keeffe:

– Ultimi film con Fred Williamson:

– Ultimi regali di Romulus:

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Hunter (1976) I vecchiZZimi di SuperSix

L’altro giorno, con il film Dick Carter, lo sbirro (1968), è venuto alla luce uno dei miei affezionati lettori “non commentanti”, Roberto, il quale mi ha dimostrato una particolare predilezione per le chicche d’annata, come le fanta-serie TV dei tempi d’oro: visto che da anni sto registrando tesori video-archeologici da SuperSix, perché non presentarli così da condividere con Roberto e altri “silenziosi” un pezzo di storia pop italiana dimenticata?

Lancio quindi una nuova rubrica: ci sono i Bellissimi di Rete4, i Bruttisimi di ReteCassidy, ma qui trovate… i VecchiZZimi di SuperSix!


Voi giovani all’ascolto siete cresciuti convinti che le serie televisive abbiano un inizio, uno svolgimento e una fine, che ogni episodio trasmesso un giorno sia la naturale continuazione di quello trasmesso il giorno precedente, e se seguendo l’ordine in Rete vi accorgete di qualcosa che non va andate a lamentarvi sul sito dell’emittente. Esiste gente, come me, nata in un universo lontano dove tutto accadeva esattamente al contrario: gente cresciuta nel Sottosopra di “Stranger Things”!

Ammettendo che negli anni Novanta le cose un pochettino sono migliorate (ma giusto un po’), di sicuro fino agli anni Ottanta le emittenti facevano il cacio che pareva loro, se ne sbattevano altamente degli spettatori e dall’alto delle loro emittenze sparavano a casaccio episodi senza il minimo ordine. Magari oggi un personaggio muore, domani lo ritrovi vivo, perché oggi è andato in onda il ventiduesimo episodio della quinta stagione e domani andrà il settimo episodio della seconda stagione, e nessuno lo saprà. Tutte le emittenti, italiane e americane, lavoravano con un grande «me ne frego» dentro al cuor’…

Le case produttrici lo sapevano, perciò ogni serie TV doveva avere esclusivamente episodi perfettamente comprensibili a sé, nulla di un episodio doveva arrivare a quello successivo, nulla doveva essere preso da quello precedente: ogni episodio inizia con un riassuntino che spiega il soggetto, poi la storia inizia e finisce come se quella serie non dovesse mai più andare in onda. Non esistono prime puntate, non esistono ultime puntate, perché tanto nessuna emittente le rispetterà.

Questo è il mondo in cui è nato “Hunter” (1976).

Una tipica serie brutta dell’epoca

Altra particolarità delle serie è che in Italia arrivavano molte di quelle fallite, probabilmente perché costavano meno. “Automan”, “Manimal“, “Master Ninja“, “Ellery Queen”, tutte serie molto replicate in Italia all’epoca, tutte serie fallite e chiuse a bastonate dalle case produttrici. “Hunter” è una di queste, soppressa (spero con violenza) dopo 14 episodi, cioè 14 episodi di troppo.

Nelle notti Fininvest dei primi anni Ottanta ho trovato vaghi accenni ad un “Agente speciale“, che è il titolo italiano di questa serie, ma temo abbia avuto una vita particolarmente invisibile in Italia. SuperSix l’ha mandata in onda quasi per intero – per motivi ignoti ha saltato l’ultima puntata! – fra novembre e dicembre 2025.

Totalmente (e giustamente) dimenticato da tutto e tutti, James Franciscus negli anni Settanta spaccava tutto, grazie ad una discreta piacenza da biondo posato e al tratto fondamentale che ogni attore di successo deve avere in quegli anni: deve dimostrare sempre cinquant’anni, anche se ne ha venti.

La particolarità di tutte le serie TV anni Settanta e Ottanta è che i protagonisti sembrano avere vent’anni di più della loro vera età, forse perché il pubblico era costituito esclusivamente da adulti, entità oggi ignota. Infatti i protagonisti televisivi di oggi devono dimostrare vent’anni di meno.

Forse qualcuno lo ricorderà a sostituire Charlton Heston nel film L’altra faccia del Pianeta delle Scimmie (1970), ma l’attività di Franciscus è stata molto televisiva. Di lì a poco infatti interpretò un’altra serie fallimentare e chiusa, “Longstreet” (1971), dove interpreta un detective cieco che si fa addestrare da Bruce Lee: è da quando ho dieci anni che cerco l’introvabile edizione italiana di quegli episodi…

Quelli che cadono sul pianeta delle scimmie si somigliano tutti…

Ogni episodio di “Hunter” dura all’incirca 45 minuti e deve raccontare un’operazione di spionaggio che si auto-concluda perfettamente. Un riassuntino fisso ci spiega che James Hunter (Franciscus) gestisce una libreria a Santa Monica ma è stato chiamato per far parte di una squadra segreta che opera agli ordini del Governo, anche se ufficialmente non esiste. Queste informazioni, date in ogni episodio, non corrispondono mai con ciò che poi succede.

Hunter non viene mai mostrato a gestire una qualsiasi attività lavorativa, afferma di non lavorare per il Governo quindi non è chiaro cosa faccia: anzi no, è chiarissimo, fa l’eroe tipico della TV anni Settanta. Va in giro, fa cose, spara qua, spara là, fine episodio.

Il primo episodio non ha nulla del primo episodio, non ci viene spiegato né introdotto niente, tutti si muovono come se noi spettatori li conoscessimo da una vita. C’è un assassino che ammazza scienziati con una stella ninja… formato famiglia! 

Ma cos’è ’sta roba? È una shuriken geneticamente modificata?

Capisco che i ninja stavano lentamente conquistando l’Occidente, soprattutto nelle trame di spionaggio, ma non potevano inventarsi un’arma un po’ più plausibile? Quindi l’assassino va in giro con cinque chili di stella ninja in tasca?

Sin da subito la serie si dimostra per quello che è, una ridicola buffonata figlia dei tempi. Al fianco di Hunter c’è la collega Marty Shaw (Linda Evans, che negli Ottanta diventerà famosa per “Dynasty”) che incarna una donna che vive esclusivamente per ricevere la luce del suo uomo, il quale si dimostra non molto interessato perché si sa, per conquistare una donna non devi far capire che ti piace. Insomma, luoghi comuni a grappolo.

Dimmi che sono gli anni Settanta senza dirmi che sono gli anni Settanta

Teoricamente Marty Shaw è un’agente segreta al pari di Hunter, ha lo stesso addestramento e tutto il resto, ma in pratica è una donna e quindi non deve fare altro se non lasciarsi catturare dal cattivo, e se apre bocca è solo per dire che ama Hunter. Non candiderei questa serie al Premio Pari Opportunità, perché appartiene ad un’epoca decisamente diversa.

Quindi abbiamo un protagonista che non si sa cosa faccia e una co-protagonista assente: cosa mai potrebbe andare male in questa serie?

Personaggi persi in trame pseudo-spionistiche

La prima puntata è una buffonata assurda, l’assassino con la stella ninja da cinque chili sembra ammazzare scienziati per far fallire la compravendita di una centrale nucleare, invece esce fuori che ammazza gente così, a caso, perché ha perso interesse nella vita. Ma che cacchio di trama spionistica sarebbe? Per fortuna Hunter si mette un giacchetto bianco e sfida le radiazioni per salvare la centrale: e Chernobyl… muta!

Nella seconda puntata arriva il sosia che deve sostituirsi ad Hunter, ma nella noia mortale di una sceneggiatura scritta con i peti ascellari arriva Geoffrey Lewis a fare il cattivo.

È sempre bello incontrare i vecchi amici

Franciscus in questa serie ha 42 anni ma ne dimostra almeno 55: Lewis ne ha 41 ma ne dimostra 75! Ma è proprio per quella faccia lì che lo adoriamo.

Basta poco per dare sapore a un episodio

Il sesto e settimo episodio vantano una storia doppia, perché è una trama spionistica talmente ricca e complessa che servivano due episodi per mandarla completamente in vacca: sto cercando di pensare a quale serie coetanea possa risultare scritta peggio e gestita in maniera così pessima, ma non me ne viene in mente nessuna.

Ci viene fatto il pippone di Hunter che otto anni prima lavorava per la CIA ma poi gli hanno ucciso la fidanzata e lui c’è rimasto male, così se ne è andato dalla CIA. Al che la sua compagna scoppia in una scenata di gelosia: ecco, dopo otto anni pensi ancora alla fidanzata che t’hanno crivellato di colpi davanti agli occhi, quindi la ami ancora! Mado’, che roba…

Ma… quel criminale con gli occhiali… non mi è nuovo!

I cattivi si servono di un esercito di due uomini, due sgherri che vanno in giro a menare la gente: il più gagliardo dei due è niente meno che Martin Kove, il nostro cattivo maestro preferito!

Neanche IMDb riportava questa minuscola apparizione dell’attore, così ci ho pensato io ad aggiornarlo.

Mille punti per gli attori, zero per trama e sceneggiatura

Vedere “Hunter” (1976) – da non confondere con l’ottimo “Hunter” (1984), grande tormentone degli Ottanta di Fininvest e anche lui totalmente dimenticato dal Biscione – mi ha fatto tornare ragazzino, quando la TV era piena di prodottacci fatti male come questo, anche se onestamente nessuno a questi livelli di nequizia.

Tutto è superficiale, sbrigativo, perché ogni episodio dev’essere una storia a sé, chiusa, quindi non c’è tempo per sviluppare i personaggi, e soprattutto il protagonista dev’essere identico in ogni episodio, perché la serie verrà mandata in onda a fallo canino perciò magari va prima in onda l’ultima puntata e il giorno dopo la prima, quindi l’eroe dev’essere identico in ogni episodio, il che preclude qualsiasi sviluppo del personaggio, ridotto a stereotipo spara-battutine.

Ringrazio comunque SuperSix per riesumare queste chicche dimenticate e, come sempre, se volete recuperarle sono pronto a condividere questi vecchiZZimi di SuperSix.

L.

– Ultimi “vecchiZZimi di SuperSix”:

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[Eroi Z in TV] Cary-Hiroyuki Tagawa (RIP)

In questi giorni ho scoperto che lo scorso 4 dicembre 2025 ci ha lasciati Cary-Hiroyuki Tagawa, storico caratterista asiatico per ogni occasione nonché fulgido Eroe della Z.

Di solito qui sul blog non faccio “coccodrilli”, cioè articoli commemorativi che santifichino la personalità scomparsa, anche perché purtroppo ne scompaiono tante e sarebbe una rubrica fissa alquanto triste, ma stavolta mi sento colpito al cuore (come Ramón), conoscendo l’attore sin da quand’ero giovane, e per l’occasione rispolvero una vecchia rubrica: quella dove seguiamo un Eroe nella Z nelle sue apparizioni televisive, se possibile a tema fantastico.


Brevissimo ricordo personale

Quando da ragazzino sono andato con le mie cugine al cinema a vedere Grosso guaio a Chinatown (1986) non avevo strumenti per apprezzare come nel film ci lavorasse ogni caratterista asiatico attivo nell’Hollywood dell’epoca, in pratica Carpenter ha ingaggiato ogni asiatico disponibile e gli ha lanciato la carriera: anche le comparse sullo sfondo di quel film le potete trovare in seguito in tante altre produzioni. Una di quelle comparse era il nostro Tagawa.

Quando John Carpenter ingaggiò tutti gli asiatici di Hollywood!

Solamente in tempi recenti ho scoperto il film Risposta armata (1986) e “MacGyver” mi stava ampiamente sulle scatole, così come “Star Trek: TNG”: insomma, il mio primo incontro con il giovane Tagawa ci ha messo parecchio ad arrivare. E per descriverlo potrei scegliere tre strade: l’intellettuale, il figo e infine il zinefilo.

1) L’intellettuale

Grazie alla valanga di Oscar vinti, in famiglia noleggiammo subito in videoteca L’ultimo imperatore (1987) di Bernardo Bertolucci, ed è lì che ho notato Tagawa fra i tanti attori asiatici presenti. Potrei dirlo e tirarmela da intellettuale, ma non sarebbe vero: a parte il mitico John Lone, non ricordo altri attori. Il film dura venticinque ore e ha lo stesso ritmo narrativo di una messa in latino, ricordo solo che ho dormito della grossa.

2) Il figo

Quel giorno che con i compagni di liceo sono andato al cinema a vedere Sol Levante (1993), il film più gagliardo del momento sceneggiato dal romanziere più gagliardo del momento – Michael Crichton, e Jurassic Park… muto! – c’erano così tanti attori famosi che sembrava un kolossal d’altri tempi: per dire, Tia Carrere faceva la comparsa inutile, tanto erano molto più famosi gli altri attori.

Ecco, lì sì che ricordo benissimo di aver riconosciuto Tagawa, anche perché credo sia l’unico prodotto di serie A mai interpretato da lui in carriera.

2) Il zinefilo

Vi lascio il cinema intellettuale e quello figo: il mio cromosoma Z all’epoca mi faceva amare il cinema marziale ed è lì che ho davvero incontrato Tagawa e iniziato ad apprezzarlo: intorno al 1992 ho noleggiato in videoteca (e subito duplicato su videocassetta) Kickboxer 2 (1991), con Tong Po che vuole menare il terzo fratello Sloane e Tagawa gli fa da impresario in America.

Il mio primo vero incontro con Tagawa

Poi arriva Arma perfetta (1991) e il capolavoro Resa dei conti a Little Tokyo (1991), poi Cyborg. La vendetta (1992) poi Thunder in Paradise, la saga con il compianto Hulk Hogan. È chiaro che Tagawa è uno di noi, con la Z nel cuore!

Quando Tagawa era il re di Little Tokyo

Infine, nel 1995 tutti nel mondo lo conoscono, come perfido Shang Tsung di Mortal Kombat e di lì in avanti apparirà ovunque, dove ci sia bisogno di un asiatico infame.


“MacGyver”

Episodio 2×17, Dalton, Jack of Spies
23 febbraio 1987
in Italia: Dalton, il resuscitato, 20 febbraio 1991

Non sarà una serie “fantastica” ma visto quello che fa il protagonista in ogni episodio direi che invece siamo in piena fantascienza.

Giovanissimo: un regazzino!

Con uno stile datatissimo ma di certo efficace all’epoca, MacGyver (Richard Dean Anderson) viene coinvolto in rocambolesche avventure dal pittoresco Jack Dalton (Bruce McGill), vecchio amico sempre impegnato in azioni strambe e fallimentari. Stavolta i due devono fermare il solito cattivo che vuole vendere segreti agli stranieri… e Tagawa è lo straniero perfetto.

Un ruolo breve ma in cui eccelle: l’asiatico cattivo

Qui interpreta un asiatico che vuole comprare una roba da spie e spiate varie, ma tanto rimane in scena solo qualche secondo prima di essere malmenato e arrestato. Mentre io dormo, dato che questa serie m’ha sempre annoiato.


“Superboy”

Episodio 1×18, Terror from the Blue
11 marzo 1989
in Italia: Corruzione

Giuro, mai sentita nominare questa serie, recuperata in italiano grazie a qualche collezionista che l’ha pizzicata su un qualche canale locale: “Roma 82” mi dà l’idea di essere qualcosa che trasmette nella Capitale, ma anche qui… mai sentito prima ’sto canale!

Mai conosciuta la serie, mai conosciuto il canale

Lana Lang (Stacy Haiduk) sta indagando sul perfido detective Jed Slade (Tagawa), corrottissimo nonché gestore di ogni criminalità locale: una feccia d’uomo!

Ma quant’è infame il detective Slade?

Inseguita da Slade per tutto l’episodio, alla fine la ragazza viene salvata dal titolare Superboy (John Newton).

Ma cos’è ’sta roba?

La serie vanta una sequenze di robe imbarazzanti che mi fanno vergognare di averle viste.


“Moonlighting”

Episodio 5×09, Perfetc
9 aprile 1989
in Italia: Furto perfetto

Non è a tema fantastico, ma non resisto a citare questo episodio. Dopo aver risolto il caso, i titolari della serie Bruce Willis e Cybill Shepherd si lanciano all’inseguimento della colpevole, la quale per fuggire ruba una jeep militare da un giardino: in realtà sarebbe un’installazione artistica contro la guerra adibita dal nostro Tagawa….

Quando ti fregano l’arte da sotto il naso

… il quale non ci sta a farsi smantellare la propria installazione e inizia ad inseguire la jeep.

Un giovane artista concettuale che difende la propria arte

Come la fermi una jeep artistica con delle labbra giganti attaccate sopra? Ovvio: monti su un carro armato con rossetto! Non la ricordavo così folle ’sta serie.

Non la ricordavo così folle, la serie

Va’ che recitazione da serie A!

Sarà un epocale scontro di labbra!

Mi sembra chiaro come andrà a finire lo scontro…

Il povero giovane artista pacifista sembra disperato…

Tipica espressione di artista deluso

… invece è estasiato: Bruce e Cybil hanno appena creato un’opera d’arte fondendone due insieme.

E Banksy… muto!


“Sabrina, vita da strega”

Episodio 1×10, Sweet & Sour Victory
6 dicembre 1996
in Italia: Vittoria agrodolce

La nostra streghetta preferita (Melissa Joan Hart) viene invitata a seguire un corso di kung fu della scuola dove mostra tutta la sua arte di combattimento: ovviamente è un trucco, ha usato la magia malgrado non dovrebbe farlo per scopi così futili, ma è stato più forte di lei.

Invitata ad una gara marziale, Sabrina incontra Tai Wai Tse (Tagawa), e qui scatta la citazione metanarrativa:

«Quello è il cattivo del film Dragonkiller
(That’s the bad guy from the movie “Dragonkiller”.)

Dopo Mortal Kombat (1995), infatti, Tagawa era famosissimo.

Tagawa che se la mortalkombatteggia in giro

Non è chiara la natura di questa gara di kung fu, dove non solo gareggiano uomini e donne insieme ma non c’è alcuna limitazione di peso, e così se Sabrina vince tre incontri rischia di incontrare lo spietato Tai Wai Tse.

Non ha la faccia di uno per cui l’importante sia partecipare

Sabrina non ce la fa a resistere alla propria vanità e usa la magia per vincere tutti gli incontri, così che – in barba a qualsiasi regola agonistica esistente – si ritrova ad affrontare il big boss finale.

Non mi pare uno scontro equo…

Ovviamente ogni singolo movimento è eseguito dalle controfigure dei due attori, ma per qualche fotogramma riescono persino ad essere loro davvero.

Rari fotogrammi dove sono gli attori ad eseguire le mosse

Vincere un trofeo con la magia è disonesto e la coscienza di Sabrina le rimorderà parecchio, fin quando non l’avrà consegnato al vero vincitore, in una rutilante sequenza di eventi che mi ha fatto ricordare quanto fosse spumeggiante questa serie: perché Mediaset non la replica più?

I bei tempi di Mediaset…


“Stargate SG-1”

Episodio 1×03, Emancipation
8 agosto 1997

in Italia:
Emancipazione, 3 ottobre 1999

Dopo l’episodio pilota e vari problemi alla base segreta, finalmente la squadra Stargate SG-1 inizia a viaggiare attraverso il Cerchione (cioè l’attivatore di wormhole) e raggiunge un pianeta abitato da mongoli, uno dei cui capi è niente di meno che Soon-Tek Oh in uno dei suoi rari ruoli positivi.

Una delle rare volte in cui lo si vede sorridere

I Goa’uld infatti – cioè la razza aliena egizieggiante che ha girato l’universo impiantando Stargate a spruzzo – dalla Terra ha rapito delle tribù mongole per impiantarle su un pianeta lontano, e tutti questi nomadi barbari parlano perfettamente inglese, così da dialogare con la squadra umana e spiegarle quanto sia cattivo Turghan (Tagawa nostro).

Si capisce che Turghan è un capo cattivo?

Una regola ferrea di questo pianeta vuole che le donne vadano in giro velate e in silenzio, pena la morte, il che chiaramente manda su tutte le furia il capitano Samantha Carter (Amanda Tapping), e questo prima le vale la punizione di vestire con i costumi locali, poi di essere rapita e venduta proprio a Turghan che vuole sposarla.

Quando un mongolo ti minaccia con un coltello… è ammmòre

A nulla valgono i tentativi del colonnello O’Neill di ricomprare la Carter, ma è una ghiotta occasione per Richard Dean Anderson di incontrare di nuovo Tagawa dai tempi di “MacGyver”.

Ti ricordi? Dieci anni fa ci siamo incontrati per dieci secondi…

L’episodio è simpatico e sicuramente è “a tema”, con la questione scottante delle culture che hanno valori diversi su questioni sociali, e va segnalata alla sceneggiatura Katharyn Powers, storica autrice televisiva (a fine carriera) che ha fatto in tempo a scrivere per un sacco di serie, da “Wonder Woman” a “Charlie’s Angels”.

Ha scritto tanti episodi di “SG-1” ma curiosamente ha iniziato con il terzo episodio: ha scritto per “Star Trek: TNG” e “Star Trek: DS9” e anche lì… sempre il terzo episodio!

Scontro di culture sulla questione femminile

Da notare come l’atteggiamento della squadra Stargate SG-1 sia subito chiaro e cristallino: noi siamo bianchi americani e andiamo in giro per l’universo a dire agli altri come devono vivere, perché così come fanno ora è tutto sbagliato. È la base della cultura americana, sarebbe impossibile mostrare qualsiasi altro atteggiamento, almeno all’epoca.

Oggi c’è più sensibilità? Oggi la Prima Direttiva di Star Trek, sempre ignorata da tutti i capitani, sarebbe più stringente? Cioè si rispetterebbero le usanze e i costumi di popoli stranieri? Forse lo si dice dal vivo, mi sento di dubitare che si dica anche nella narrativa americana.

È bello essere sbàbbaro!


Tagawa ha lavorato tantissimo quindi magari ci scapperà un’altra puntata sulle sue apparizioni televisive.

Ciao, Cary-Hiroyuki: insegna agli angeli a fare le facce da asiatico cattivo.

Cary-Hiroyuki Tagawa nel ruolo di Heihachi Mishima in Tekken (2010)

L.

– Ultimi titoli con Cary-Hiroyuki Tagawa:

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Intervista a John Carpenter (2001) Auguri, Maestro!

Oggi, come ogni 16 gennaio, festeggiamo il compleanno del Maestro: auguri, John Carpenter.

Altri blogger si sono uniti ai festeggiamenti: trovate i link a fine pagina.


Il mio regalo consiste nella traduzione di un’intervista d’annata, all’epoca del film Fantasmi da Marte (2001): è stato il primo e unico film di Carpenter che ho visto in sala, e all’uscita io e mio padre ci siamo guardati interdetti. Anche senza dirlo a voce alta, era chiaro che entrambi preferivamo il Carpenter di una volta.

A curare l’intervista è Denise Dumars, inviata di “Cinefantastique” che scopre come John sia un tipo che si lega al dito le critiche: appena arrivata al cospetto del Maestro, infatti, la giornalista scopre che lui odia “Cinefantastique” e tutto il suo pubblico: buona intervista!

Esce fuori che vent’anni prima la rivista ha stroncato La cosa (1982) e Carpenter se lo ricorda ancora, tanto da chiedere alla giornalista di scrivere chiaro e tondo a tutti i suoi lettori: non andate a vedere Fantasmi da Marte, non è il film che fa per voi.

Non dev’essere stato facile per la giornalista tenere testa ad un Carpenter seccato e scorbutico, ma la cattiveria della Dumars è senza limiti: in questo numero della rivista, c’è una sua recensione… che stronca Fantasmi da Marte! Mi sa che la prossima volta che si presenta da inviata, Carpenter la accoglie con il lanciafiamme.


Indice:


Fantasmi da Marte

Il regista anticonformista realizza il suo ultimo film
e non risparmia a “Cinefantastique” la sua opinione su di noi

di Denise Dumars

da “Cinefantastique”
(Vol. 33) numero 5 (ottobre 2001)

Stava andando tutto così bene, eravamo riusciti a passare un po’ di tempo con John Carpenter, anticonformista del cinema indipendente e regista di Fantasmi da Marte, il nuovo film di fantascienza d’azione e avventura la cui uscita, secondo Screen Gems, era prevista per fine agosto. Facendo onore alla sua reputazione di appassionato di cinema e all’interessante intervista, Carpenter ha parlato delle difficoltà incontrate sul set e delle ispirazioni che lo hanno portato a creare questa rivisitazione extraterrestre del suo leggendario Distretto 13: le brigate della morte (1976).

Poi abbiamo detto che stavamo scrivendo per “Cinefantastique”, ed è venuta a galla l’altra parte della leggenda di Carpenter, cioè quella di dire sempre ciò che pensa e lasciare che le cose vadano come devono andare.

Perché i nostri lettori dovrebbero vedere questo film? «Non ne ho idea», ha risposto. «Probabilmente i vostri lettori non dovrebbero vederlo, anzi penso che sarebbe saggio andare al cinema a vedere qualcos’altro, o non andarci per niente. Davvero, restate a casa e guardate “Buffy l’ammazzavampiri” in TV, amici».

«Non andate a vedere i miei film. La gente li guarda e alla fine esce e dice: “Mio Dio, perché lasciano dirigere quel tizio? Se lui sa girare un film, allora io posso diventare presidente”. Questo è quello che pensano. Il presidente del mio fan club vive sotto l’autostrada di Hollywood, in una scatola di cartone. Non dovete vedere il mio film!»

Probabilmente non è il tipo di approvazione che la Screen Gems si aspettava. E certamente non il tipo di risposta che ci aspettavamo noi, soprattutto dopo essere stati accolti così calorosamente sul set durante le complesse riprese.

Il set rappresentava quella che sembrava una centrale elettrica abbandonata, finché non ci si avvicinava abbastanza da sentire il ronzio dei grandi trasformatori e scoprire che cellulari e altri gadget elettronici erano inutilizzabili in quel luogo. Si trattava della vecchia centrale Edison di Eagle Rock, in California, costruita contro le montagne tra Pasadena e Glendale, in una zona così remota da far quasi immaginare che si trattasse, in effetti, di Marte.

Fantasmi da Marte è ambientato su una colonia terrestre nel 2176 d.C. La maggior parte dei coloni sono minatori che sfruttano il pianeta per le sue risorse naturali. Per le riprese, la centrale Edison dell’èra WPA è stata trasformata in una prigione marziana, con ogni cella – come ogni cosa sul Marte di John Carpenter – tinta del familiare rosso ruggine rosato che abbiamo imparato ad associare al nostro vicino planetario più simile alla Terra.

Molti membri del cast sul set erano raffreddati quel giorno; Natasha Henstridge stava così male che trascorreva il tempo tra una ripresa e l’altra nella sua roulotte, schiacciando un pisolino. E noi eravamo lì, impassibili, in attesa di intervistare gli attori. Curiosamente, Marte si è rivelato una sorta di matriarcato: la polizia, guidata dal comandante Helena Braddock (Pam Grier) e sostenuta dal tenente Melanie Ballard (Natasha Henstridge) e da Bashira Kincaid (Clea Duvall), ha donne nelle sue posizioni più alte; e la professoressa Whitlock, l’archeologa che scopre i personaggi del titolo, è interpretata da Joanna Cassidy.

A completare il cast ci sono Jason Statham, attualmente protagonista di Snatch (2000) di Guy Richie, nel ruolo del quarto membro della squadra di Ballard, e Ice Cube, nel ruolo di “Desolation” Williams, il criminale più famigerato di Marte. La situazione precipita quando Ballard e i suoi agenti catturano Williams, proprio mentre la forza dei guerrieri fantasma marziani, fuoriusciti dalla terra, si scatena contro gli ignari coloni.

«Una volta scatenati, prendono il controllo dei corpi dei minatori su Marte. Sei morto quando ti prendono; ti usano, e poi passano a qualcun altro quando non hanno più bisogno di te. Quando diventi un guerriero marziano, ti affili i denti e ti mutili», ha detto il pubblicista Michael Battaglia, spiegandomi la scena.

Sandy King, la produttrice del film, è intervenuta per discutere della natura unica dei guerrieri marziani. «C’è una battuta nel film che lo spiega. È un’idea interessante che ci siano cose proprio qui sulla Terra, dai microrganismi ai piccoli animali anfibi, che non muoiono quando si seccano: rinascono quando piove. Credo che Fantasmi da Marte sia così. Si tratta di antichi guerrieri che sono stati sepolti, a tutti gli effetti se ne sono andati, ma c’è una certa ostilità che rimane in loro e che si collega alla nostra idea del pianeta rosso, chiamato così per il richiamo alla guerra. Lo spirito che sopravvive su Marte non vuole intrusi».

La gente ci scherza sopra, ma sembra che tutto ciò che inviamo su Marte scompaia o non funzioni correttamente, facendo sembrare che Marte non ci voglia. «Penso che dipenda interamente dal nostro atteggiamento nei confronti del pianeta rosso», ha detto King a proposito del film. «Marte è sempre stato un luogo affascinante fin dall’inizio della storia documentata. Il suo colore, la sua lontananza e la sua quasi accessibilità lo rendono un ottimo argomento di esplorazione e di immaginazione».

«L’idea logica è che in futuro le aziende siano i finanziatori dell’esplorazione spaziale. L’estrazione mineraria verrebbe effettuata per costruire le infrastrutture, e sarebbe logico che le compagnie minerarie fossero interessate. Naturalmente, ci dovrebbero essere degli ufficiali scientifici che monitorano tutto ciò che accade, ed è qui che entra in gioco il personaggio di Whitlock, che preserva qualsiasi cosa insolita trovino, come segni di vita, manufatti o qualcosa che non dovrebbe essere toccato».

«Penso che ciò di cui la storia tratta, come nella maggior parte dei film di John, sia la natura della nostra umanità, la natura del nostro destino e, in un certo senso, il nostro dominio: gli abitanti di Marte devono appianare queste divergenze per sopravvivere, e credo che questo sia un tema ricorrente nei film di John».

«Fantasmi da Marte è molto simile a La Cosa (1982), che era un film corale con molti personaggi memorabili. Nel complesso, penso che abbiamo un cast che rappresenta il nostro futuro. È più diversificato, le cose sono più eque, per le donne, per le razze, per tutti. Nel film c’è un monumento alla prima donna su Marte. Nessuno che sia un peso leggero andrà su Marte: è come una frontiera. Abbiamo iniziato pensando che avremmo fatto “Gunsmoke” su Marte e ora è più simile a Il giorno più lungo (1962) ambientato su Marte: è un film di guerra».

[…]

Jason Statham, noto per i suoi ruoli in Lock & Stock (1998) e Snatch (2000), interpreta Jericho Butler, l’unico uomo dei quattro poliziotti inviati a trasferire Desolation Williams. «Il mio manager ha organizzato un incontro per questo film», ha detto l’attore, «e sono andato a trovare John Carpenter a Torino, dove è stato premiato in un festival cinematografico. Ero nel bel mezzo delle riprese di Snatch, quindi ho continuato a cercare di incontrare John per farmi parlare del suo film, e lui mi ha incontrato e mi ha dato la parte! È stato fantastico».

Carpenter potrebbe aver avuto una forte motivazione nello scegliere Statham: Jericho Butler sembra il classico personaggio di Guy Richie trapiantato su Marte. «Sono uno dei poliziotti: le forze di polizia sono praticamente gestite da donne», ha spiegato Statham. «E sono questo tizio nuovo che spara a raffica, da qui l’accento britannico; non sono un marziano nativo, ma uno specialista nell’irrompere nelle situazioni. Sono uno dei pezzi grossi mandati a prendere Desolation Williams, sono lì dall’inizio dello scontro con i marziani».

A differenza di alcuni dei suoi colleghi, Statham ha apprezzato le scene più movimentate. «Oh sì. Le adoro!» ha detto. «Ho sempre apprezzato un po’ di bagarre, fin da quando ero bambino». Le riprese nel deserto erano un ambiente diverso per Statham. «Era polveroso, a tratti ventoso, ma l’ho trovato leggermente più piacevole che essere bloccato qui. Lì fuori, c’era un’area enorme in cui ci si poteva sedere quando non si era in scena, per guardare le sequenze di combattimento. Il set era fantastico. Di solito ci sedevamo all’aperto e ci prendevamo in giro a vicenda. È gente fantastica quella che abbiamo in questo film».

Statham ha riso quando gli abbiamo chiesto come si trova il suo personaggio a lavorare per un matriarcato. «Gli piace molto. Certo, cerca di piegare le regole a proprio piacimento, se vogliamo. È un tipo sfacciato che cerca di conquistare la sua luogotenente, cercando di sedurla se può, cercando di usare tutto il suo fascino. Io ho sfruttato la mia esperienza nel cercare di impressionare le ragazze quando ero più giovane».

Una volta che il suo personaggio è coinvolto nella lotta con i fantasmi marziani, però, la storia cambia. «Devo incendiare dodici di questi tizi che mi vengono addosso. Sai, è un uomo molto sicuro di sé, ed è molto capace. C’è una battuta su quante persone ci vogliono per friggermi: non è uno che si spaventi. Vedremo come reagisce!»

«È quasi come una colonia penale in una piccola città in piena espansione», ha detto riferendosi all’ambiente di frontiera. «Non c’è niente di troppo tecnologico, abbiamo armi normali e roba del genere».

«Penso che John ne abbia già abbastanza di me», ha detto quando gli è stato chiesto se avrebbe fatto un altro film del genere. «Sono stato molto attento a quello che ho fatto finora e mi sono goduto ogni momento di ogni film che ho fatto: non ho nulla di cui lamentarmi».

Certo, Statham stava sicuramente scherzando sul fatto che Carpenter fosse stufo di lui, ma settimane dopo non eravamo più così sicuri dell’atmosfera che si voleva trasmettere, quando il regista ha confermato i suoi sentimenti riguardo a “Cinefantastique”. Nonostante i nostri sforzi concertati per convincerlo che i nostri lettori apprezzavano il suo lavoro, il regista è rimasto scettico.

«Ma no che non lo apprezzano!» ha insistito. «Mi hanno criticato così tante volte nel corso della mia carriera! Ricordo che nel lontano 1978, quando uscì Halloween, c’era questa recensione che diceva: “Abbiamo dato a questo tizio abbastanza possibilità: dovrebbe andarsene!”» (Nota dell’editore: Sebbene sia vero che nella sua recensione di Halloween nel vol. 8, n. 213, David St. How criticò il film per avere “una narrazione costellata di shock economici e riflessivi in mezzo ad azioni incoerenti”, il signor Carpenter dimentica che un anno dopo la rivista dedicò un numero di copertina (vol. 10, n. 1) alla sua opera, in cui affermammo senza mezzi termini che: “Osservare il progresso artistico e critico di John Carpenter… è stata un’esperienza gratificante”.

Carpenter è convinto che gli autori e i lettori di “Cinefantastique” gli siano contro, e ha citato come esempio il suo film preferito: «Ho pensato: “Mio Dio, tutta questa storia su La Cosa – il film di genere più odiato di tutti i tempi”. Non voglio rapporti violenti con nessuno, quindi dite ai vostri lettori di non andare a vedere questo film, in nessuna circostanza!»

«Non farò mai più un bel film», insiste, e ne è convinto.

Ora tocca a noi essere scettici.


John Carpenter

di Denise Dumars

Marte è il posto, ma non il punto,
poiché il maestro del genere porta l’horror
e l’azione fuori dal mondo

Non sorprende che John Carpenter, grande fan di Sergio Leone, abbia definito il suo nuovo film Fantasmi da Marte un “western su Marte”. Nella storia, Marte è la nuova frontiera, appena terraformata, con un’esistenza difficile portata avanti dai minatori tenuti a bada da una forza di polizia composta principalmente da donne intelligenti e tenaci.

Il pubblico ama i film ambientati su Marte, eppure Fantasmi da Marte è stato preceduto da due film ambientati sul pianeta rosso che però sono stati accolti male. Abbiamo dovuto chiedere a Carpenter: “Perché Marte?”

«Ho iniziato ad accarezzare l’idea di un film su Marte sin dagli anni ’80», ha risposto. «Marte ha sempre avuto un’influenza davvero potente sulle vicende umane. Per noi simboleggia tantissime cose: la lussuria, il sangue, il dio della guerra e il romanticismo – cose molto emozionanti. Ma non volevo fare un film in “tuta spaziale”. Così ho pensato a un western su Marte come nuova frontiera. È nel futuro, abbiamo colonizzato Marte, ed è terraformato per circa l’84%, quindi quello che si ottiene è un’atmosfera piuttosto respirabile. Poi ho pensato che potevamo usare Marte come ambientazione, ma non è essenziale, perché volevo inquadrare un certo tipo di storia».

Il film è pur sempre fantascienza – ci sono dei marziani – ma la loro provenienza non è il punto. «Lo definirei un film di dominio», ha detto il regista, «nel senso che potremmo immaginare come, molto prima che noi camminassimo sulla Terra, ci sia stata una razza di creature su Marte e un’atmosfera di qualche tipo, prima che si trasformasse in un pianeta morto. Be’, immaginiamo che gli abitanti di Marte non abbiano mai sviluppato un’alta tecnologia; erano molto più simili al tipo di culture primitive che avevamo qui sulla Terra, ma hanno sviluppato la magia, il soprannaturale. Quindi, estinguendosi, hanno lasciato dietro di sé una maledizione, così che se qualcuno avesse osato rivendicare il loro pianeta, si sarebbe trovato nei guai. Questa è stata la genesi soprannaturale-horror del progetto».

Marte infestato dai fantasmi? Forse ha ragione, sembra proprio che i nostri viaggi senza equipaggio sul pianeta siano stati maledetti da una sfortuna senza fine. Carpenter ride. «Non crediamo più ai marziani, davvero. Alcuni di noi credono che ci siano UFO che orbitano intorno alla Terra, che tutta quella roba sia reale. Hai presente il cliché? Molte persone sono molto veementi nelle loro convinzioni: rapimenti alieni e roba del genere. Molte di queste sono convinzioni forti: be’, se esistono, dove sono allora?»

Jason Statham è uno degli attori più importanti del film, avendo recentemente offerto una prova straordinaria nel film di Guy Ritchie Snatch. «L’ho visto in Lock & Stock. Pazzi scatenati (1998)», ha detto Carpenter. «E ho pensato che avesse qualcosa di speciale: una presenza scenica da vera star. Il suo personaggio, in mancanza di una descrizione migliore, è un segugio vecchio stile, e questa è una società matriarcale in cui si trova ora: le donne controllano tutto su Marte a causa della sovrappopolazione sulla Terra. Non ci sono molti eterosessuali rimasti, e lui è uno di loro. Quindi può giocare con questo tipo di fascino libertino in cui è davvero bravo».

E le donne forti nel film? «Be’, sai, tutte possono prendermi a calci nel sedere!»

Non che avessimo assistito a un abuso così ingiustificato da parte del regista durante la nostra visita sul luogo delle riprese di Fantasmi da Marte, a Eagle Rock, in California. Anzi, ci era stato detto che una di quelle donne intelligenti e tenaci, Natasha Henstridge, era stata colpita da un brutto raffreddore. «Abbiamo dovuto chiudere per tre settimane», ha ammesso Carpenter. «Stava molto male: non era solo un raffreddore, doveva rimanere a casa».

Abbiamo menzionato Sandy King, la moglie di Carpenter e produttrice del film. «È una professionista di vecchia data», ha detto il regista. «Era supervisore di edizione quando l’ho incontrata, ed è nel settore dagli anni ’70. Sa come si fanno i film, quindi abbiamo lavorato insieme e si è evoluta nel ruolo di produttrice, che è estremamente complicato e molto difficile. È molto, molto competente in questo».

Abbiamo notato che Sam Neill, protagonista del recente Jurassic Park III (2001), è un fan di Carpenter. «Sono io ad essere suo fan!» ha risposto il regista. «Ci siamo divertiti un mondo a lavorare insieme. Lo adoro come attore e anche come persona. Ha recitato ne Il seme della follia (1994) e l’ho incontrato quando abbiamo lavorato al film con Chevy Chase Avventure di un uomo invisibile (1992). Abbiamo scoperto subito un legame, perché Sam è forse il più grande fan dei Beach Boys sulla faccia della terra: li ama come me».

Abbiamo chiesto a Carpenter della sua propensione a ingaggiare musicisti nei suoi film, in questo caso per il ruolo di Ice Cube, un cattivo che alla fine deve unire le forze con la polizia per combattere i marziani. «Lo studio ha chiesto: che ne dite di Ice Cube per la parte di Desolation Williams? Ci siamo trovati subito bene. All’inizio del film sembra che abbia commesso delle atrocità. Ma scopriamo che non è così; in realtà sono stati i nostri fantasmi malvagi ad averle commesse».

Per il film è stato necessario ricreare un paesaggio marziano nel New Mexico, che nel complesso impiegherà una varietà di effetti speciali e tecniche di trucco. «Ovviamente dovrei precisare che questo è un “film di effetti speciali”», ha detto Carpenter. «Gli effetti servono solo a dare un’idea dell’ambientazione, sono subordinati alla storia: per vedere un film con effetti speciali di qualità, andate a vedere La Mummia. Il ritorno (2001), il mio film non è affatto così».

Ok, allora com’è questo film? «È come un western su Marte!» ride. «Un dollaro di onore (1959) su Marte, con i protagonisti assediati in prigione».

Cavoli, sembra un altro film di Carpenter che abbiamo visto una volta… quello in cui le persone sono assediate in una prigione… Distretto 13 (1976), sì, è proprio quello. Carpenter comincia subito a balbettare: «Non ho idea di cosa tu stia parlando!»

«La cosa più importante in questo film è l’esplorazione dei personaggi, il rapporto tra i personaggi di Ice Cube e Natasha, il poliziotto e il ladro e così via… Non so, è una specie di opportunità per realizzare un film d’azione interessante. Uscirai dal cinema dicendo: “Ok, non è fisica quantistica, ma è comunque interessante”».

Parte di questa bellezza potrebbe derivare dal fatto che, pur essendo ambientato su Marte, Fantasmi è piuttosto retrò nella sua tecnologia. «È semplicemente divertente», ha detto Carpenter. «Bisogna immaginare che su Marte, per sopravvivere ai venti, al clima, be’, non ci siano molti computer: servono tecnologie di livello industriale».

I fantasmi del titolo prendono vita e possiedono individui: puoi uccidere il corpo posseduto, ma poi il fantasma possiede qualcun altro, rendendo questi guerrieri molto difficili da sopraffare. «Proprio così» dice Carpenter. «Il fantasma torna fuori e ti insegue! Immagino che tu debba continuare a correre».

«È un progetto fantastico. Voglio dire, se hai qualcosa che si muove trasportato dal vento, cattura tutti gli umani che incontra e li trasforma in guerrieri marziani, e poi li trasforma in macchine virtuali che ti inseguono, be’, allora vincerà. Ho pensato a che tipo di trappola potessero essere lasciate da questi marziani, che fosse infallibile. Questa mi è sembrata una buona idea».

Le pareti della prigione erano state costruite all’interno di un teatro di posa di una centrale elettrica, ma non era nulla in confronto al set all’aperto. «Avevamo bisogno di qualcosa di enorme. All’epoca non c’erano studi abbastanza grandi da simulare la superficie di Marte, quindi la nostra alternativa era quella di andare in un posto sulla Terra e farla sembrare un altro posto: dovevamo trovare un posto che avesse facile accesso alla troupe.

«Gli indiani Pueblo di Albuquerque possedevano questa miniera di gesso, in cima a una montagna. Il gesso è bianco, viene utilizzato in muratura. Abbiamo costruito un set lì e, usando una tintura biodegradabile, l’abbiamo reso tutto rosso: abbiamo tinto 55 acri. La prima notte di riprese, i capi degli indiani Pueblo sono venuti e la loro figura religiosa ha benedetto il set. Avevamo bisogno di tutto l’aiuto possibile: era la stagione dei monsoni, pioveva tutti i giorni, dovevamo rifare la tintura rossa ogni giorno».

«È uno di quei film in cui ti immergi nella storia e nei personaggi. Natasha e Ice Cube e la loro relazione sono la storia principale, sono i personaggi principali».

Ancora una volta, restando fedeli alla tradizione, Carpenter ha composto le musiche di Fantasmi. «Con l’aiuto degli Anthrax», ha ammesso, «e di vari altri musicisti. Uno dei musicisti della colonna sonora è Buckethead, ha suonato con i Guns ’n’ Roses e suona con un secchiello di Kentucky Fried Chicken in testa. L’ha fatto anche sul set», ride.

«Penso che sarà un film divertente. Sono molto contento del risultato, lo trovo davvero bello. Non è stato un film facile da realizzare, questi film diventano più difficili con l’età, difficili a livello fisico. Ho scoperto che, questa volta, bilanciare le esigenze narrative con la velocità moderna a cui i film devono andare è stato un compito interessante: abbiamo dovuto impegnarci molto per trovare l’equilibrio tra il non affrettare la lavorazione e il non sprecare tempo».

Dovendo lavorare sotto una tale pressione, forse è comprensibile il motivo. Quando gli è stato chiesto dei suoi progetti futuri, Carpenter ha ammesso di avere altre cose in mente oltre a marziani assetati di sangue e coloni disperati. «Abbiamo appena finito il mixaggio audio. Non vedo l’ora che arrivino i playoff di basket. Poi guarderò la WNBA, poi dovrò andare in terapia per la mia dipendenza dal basket, poi sarà novembre quando il basket ricomincerà».


I film western di Carpenter

di John Thonen

Ambientare le battaglie sul Pianeta Rosso
nella mitologia del cinema americano classico

Il trailer dell’ultimo film di John Carpenter, Fantasmi da Marte, descrive il regista come “il maestro del terrore”. Sebbene Carpenter abbia dimostrato di sapersi cimentare in una varietà di generi (Starman, Grosso guaio a Chinatown, Distretto 13), è innegabile che, nel mondo dell’horror cinematografico, il suo nome sia il “marchio” più prestigioso.

L’opera di Carpenter generalmente rifugge le tradizioni consolidate dell’horror, ma ciò non significa che il regista non utilizzi frequentemente le componenti e la struttura di un genere cinematografico tradizionale: è solo che il genere spesso non è quello del film horror.

Nel 1998 Sandy King, moglie di Carpenter e produttrice cinematografica, ha dichiarato a “Cinefantastique”: «Penso che praticamente tutti i film di John siano western. John è cresciuto con i western, era il genere cinematografico di cui parlavamo quando eravamo bambini, è per questo che John si è dedicato al cinema: western».

Carpenter stesso ha spiegato le ragioni per cui utilizza così spesso i concetti e le strutture del cinema western: «Abbiamo pochissime forme di cinema che abbiamo inventato, in questo Paese. Abbiamo il jazz, credo il rock and roll, e abbiamo il western. Il western è uno dei nostri pochissimi miti narrativi, è un’esclusiva degli Stati Uniti, e mi dispiace vederlo andato perduto. Ma è andato perduto nel corso degli anni perché non è più molto popolare».

Nel suo libro Western: Aspects of a Movie Genre, lo storico del cinema britannico Phillip French afferma che «il western è una formula commerciale con regole fisse e immutabili come il teatro Kabuki. Gli eventi rappresentati hanno poco a che fare con la vera vita di frontiera americana del diciannovesimo secolo; [quei] rituali si svolgono in un mondo senza tempo dove è sempre mezzogiorno in punto in qualche polverosa cittadina di bovari a ovest di St. Louis. Non c’è tema che non si possa esaminare in termini western, non c’è situazione che non possa essere trasposta al West».

Sembrerebbe che Carpenter sia d’accordo, ma ha trovato il suo modo di esprimerlo: invece di trasporre temi o situazioni nel West, traspone temi e situazioni del West in altri generi cinematografici.

Fantasmi è il ventesimo lungometraggio di Carpenter, e i titoli western a cui strizza l’occhio sono piuttosto facili da individuare: il film è ambientato in un’area remota e desolata, lontana dalle sacche di civiltà che stanno gradualmente modificando l’ambientazione desolata; la storia coinvolge minatori, un famigerato – persino leggendario – fuorilegge e, naturalmente, le forze dell’ordine; ci sono attacchi da parte di orde di guerrieri indigeni primitivi, così come scazzottate, sparatorie, una lotta sul tetto di un treno e persino un assedio a una prigione. Se non fosse per un titolo che colloca l’ambientazione nello spazio e gli avversari nel soprannaturale, Fantasmi da Marte suonerebbe più simile a un western di qualsiasi altro film dell’ultimo decennio.

Il primo dei western “nascosti” di Carpenter fu il suo primo film degno di nota, il cortometraggio di 21 minuti del 1970 della USC, The Resurrection of Bronco Billy, che in seguito vinse un Premio Oscar. [In realtà il premio è andato a John Longenecker per il soggetto. Nota etrusca] Carpenter non diresse il film – che è una storia moderna della graduale immersione di un giovane in una vita fantastica ispirata ai film western – ma gli vengono attribuiti la storia, il montaggio e la musica, un contributo creativo più che sufficiente per definire il cortometraggio come il primo di molti film di Carpenter “sui” western senza in realtà “essere” un western.

Una volta uscito dalla USC, Carpenter si mantenne vendendo diverse sceneggiature. Una delle prime fu Blood River, che fu acquisita dalla più grande star del western, John Wayne. La salute di Wayne stava iniziando a peggiorare a quel punto, e lui era alla ricerca di un film di commiato per suggellare la sua leggenda cinematografica. Il racconto di Carpenter su un vecchio montanaro che aiuta un giovane a vendicare l’uccisione dei suoi genitori sembrava una buona scelta. Sfortunatamente, poco dopo aver completato Il pistolero (1976), la salute dell’attore peggiorò, ma continuò a interessarsi alla sceneggiatura di Carpenter. «Voleva che riscrivessi un’intera sezione, che li portassi via dal fiume e li facessi salire a cavallo: avevo intenzione di farlo, ma poi il Duca ci lasciò e… nella mia mente, non c’era modo di fare quel film senza di lui». Il film fu prodotto come un mediocre titolo televisivo nel 1991, con Rick Schroder e un Wilford Brimley apparentemente inadeguato nel ruolo di Wayne. [Il film è stato distribuito in Italia nel 1991 esclusivamente in VHS, con il titolo Blood River. La vendetta corre sul fiume. Nota etrusca]

Secondo il fan britannico Marc Bright, Carpenter in seguito vendette un’altra sceneggiatura western intitolata El Diablo, che avrebbe dovuto avere come protagonista Kurt Russell. Carpenter spiega: «Non ha mai preso forma in un progetto che rendesse tutti felici». Come Blood River, El Diablo trovò poi una collocazione in TV, questa volta per HBO in IWO, dove vinse un Cable Ace Award come miglior film o miniserie. [Del film ho già parlato. Nota etrusca]

Ora, per quanto riguarda i progetti western, il bilancio è di zero a due. Carpenter ha flirtato brevemente con un western ibrido del 1994, scritto dal suo compagno di corso alla USC, Frank Darabont (Il miglio verde, 1999), insieme a Chuck Russell (The Mask, 1994). «Era un’idea del genere “straniero in città”», ha detto il regista, «tranne per il fatto che lo straniero è un alieno. Guidava una mandria di bestiame con un disco volante: un sacco di belle cose, ma non siamo mai andati da nessuna parte. Ho ancora il copione, da qualche parte, era davvero divertente».

Molte analisi dell’opera di Carpenter sottolineano l’influenza di Howard Hawks, un punto che il regista stesso difficilmente nega. Carpenter avrebbe poi rifatto La “cosa” da un altro mondo (1951), prodotto da Hawks (e molti direbbero diretto), e molti critici vedono il primo lungometraggio professionale di Carpenter, Distretto 13 (1976), come il rifacimento di un western di Hawks del 1939, Un dollaro d’onore. Pur riconoscendo Hawks come sua principale influenza, Carpenter cita altri importanti maestri, come il quasi dimenticato Anthony Mann, regista di Winchester ’73 (1950), Il segno della legge (1957) e L’uomo di Laramie (1955). «Non so se qualcuno conosca ancora le sue opere», dice Carpenter, «ma, all’epoca, faceva western molto duri, spesso con Jimmy Stewart. Stewart non interpretava mica il tenerone visto ne La vita è meravigliosa (1946), era un duro, in alcuni di quei film era un vero bastardo».

Le influenze western di Carpenter vanno oltre i registi classici del genere. Sia Vampires (1998) che Fantasmi da Marte mostrano forti influenze dai maestri del western contemporaneo, in particolare Sergio Leone e Sam Peckinpah. Carpenter definisce C’era una volta il West (1968) di Leone «un film straordinario» e attribuisce a Peckinpah il merito di aver «trasformato il cinema d’azione e il linguaggio della violenza come nessun altro».

Il regista ha elogiato in particolare il film più controverso di Peckinpah, Il mucchio selvaggio (1969). «Non è così sconvolgente rispetto ai film moderni, ma all’epoca nessuno era pronto per un western del genere. La cattiveria del film ha deluso tutti a tal punto che hanno perso la bellezza della pellicola e gli incredibili personaggi. È un film duro».

Da sempre iconoclasta, Carpenter non esita a criticare la gerarchia dei film western, che molti considererebbero una bestemmia cinematografica, affermando di non essere un grande fan di John Ford. «Un giorno mi piacerebbe in un certo senso smantellare un po’ il suo mito», ha detto, «perché non credo che fosse un grande regista, anche se è stato sicuramente molto influente».

Le sceneggiature di Carpenter degli anni ’70 per Blood River ed El Diablo riflettevano un’esplorazione post-moderna della mitologia del western, comune all’epoca. Ma quando Carpenter entrò nel mondo della produzione cinematografica, alla fine della tendenza western post-moderna, non aveva ottenuto alcun risultato nei suoi tentativi di produrre un titolo tradizionale. Ora, a 53 anni, sembra sempre più improbabile che ci riuscirà mai. Infatti nel 1998, quando gli fu chiesto se avrebbe mai girato un “vero” western, rispose a “Cinefantastique”: «Non lo so. Insomma, tocca occuparsi di tutto quello sterco di cavallo».

Fortunatamente, Carpenter non ha permesso alla popolarità in declino del western, o alla sua stessa riluttanza olfattiva a realizzarne uno, di impedirgli di realizzare western decisamente non tradizionali: film che non erano affatto western, ma che gli hanno permesso di incorporare i temi e gli archetipi del cinema western. Che sia direttamente o marginalmente, i western spesso trattano dell’uomo alle prese con una natura selvaggia e incivile che è allo stesso tempo bella, pericolosa e sconosciuta. Questo elemento è immediatamente evidente in Fantasmi da Marte e Vampires, entrambi girati nel sud-ovest americano, ma Carpenter ha utilizzato anche altre “aree selvagge” per ottenere lo stesso effetto. Le lande artiche de La cosa (1982), l’isolamento dovuto al progetto di riqualificazione urbana di Distretto 13 (1976) e Il Signore del Male (1987), il vuoto cosmico di Dark Star (1974) e le terre desolate quasi apocalittiche di 1997: fuga da New York (1981) e Fuga da Los Angeles (1996) si adattano al concetto tanto quanto qualsiasi inquadratura della Monument Valley. Il concetto può essere addirittura esteso fino a includere il mondo sotterraneo che si trova in Grosso guaio a Chinatown (1986).

Un altro aspetto comune dei film western si può trovare nei loro eroi, molti dei quali sono spesso anti-eroi. Notando che Shane [il protagonista dell’iconico Il cavaliere della valle solitaria, 1953. Nota etrusca] non era certo il suo tipo di eroe western, Carpenter ha detto: «Se guardate un film come Il fiume rosso (1948), che è uno degli ultimi western americani classici, Wayne interpreta il capitano Achab. È un bullo feroce, non è un bravo ragazzo, non è affatto l’eroe tradizionale. Non era lo nemmeno in Sentieri selvaggi (1956), dove era un bigotto. Sono queste sfumature che ho sempre apprezzato nei western, dove le cose non sono così nette. Uno come Snake Plissken non ha paura di ucciderti e non gli importa di salvarti: vuole solo andare avanti e sopravvivere».

Essi vivono (1988) contiene un altro frequente stereotipo dei film western, che ha suscitato polemiche tra molti scrittori e registi durante il periodo di massimo splendore del genere, durante la caccia alle streghe degli anni ’50: una prospettiva quasi anti-capitalista che ritraeva le ferrovie, i baroni terrieri e gli industriali come cattivi, e i contadini e gli allevatori come buoni. Lo stesso Carpenter ha spiegato che «il western si basa sullo stereotipo americano [american cliche]… che esiste un luogo in cui l’individuo è importante. Un uomo può andarsene dalla sua proprietà senza essere ostacolato dal Governo e dai ricchi… sai, c’è l’idea di libertà e dovere individuale: devi catturare questo prigioniero, difendere questa città o forte militare, o qualsiasi altra cosa. Sono tutte cose davvero americane di base».

Ripensando ai film di John Carpenter fino ad oggi, sembrerebbe che egli utilizzi più spesso un tema western per riscrivere il nostro presente attraverso la lente dei miti del nostro passato, e occasionalmente per immaginare un futuro governato dagli stessi princìpi. Per vent’anni John Carpenter ha fornito supporto vitale al genere americano. Che il suo ultimo film, Fantasmi da Marte, contribuisca a mantenere vivo quel mito fino al nuovo millennio sembra un obiettivo nobile quanto qualsiasi altro intrapreso dal venerato Duca in persona.


Recensione del film

di Denise Dumars

Quando il capo dei guerrieri marziani si è mostrato per la prima volta, il mio ospite si è chinato e ha detto: «Non sapevo che Glenn Danzig fosse in questo film». [È un cantante rock capellone. Nota etrusca] A quanto pare Carpenter pensa ancora che sia spaventoso vedere un tizio vestito di lattice e sangue di scena che cammina con passo deciso lungo la strada mentre guida un gruppo di altre persone vestite in modo simile: non faceva paura in Vampires e non fa paura qui.

Volevo davvero che questo fosse un classico di John Carpenter, quello che ho ottenuto sono state città marziane che sembrano dipinte sullo sfondo, effetti speciali di trucco da negozio di Halloween e buone interpretazioni che faticano a contrastare dialoghi poco convincenti. È un vero peccato, perché l’idea del film è superba: su un Marte terraformato, un’antica forza viene liberata e i fantasmi dei guerrieri marziani cercano di liberare il pianeta dai suoi invasori impossessandosi dei corpi degli esseri umani.

Le scene di combattimento sono di prim’ordine. La colonna sonora techno-metal di Carpenter è eccezionale e agli spettatori viene offerto uno sguardo allettante sul passato marziano che mi ha lasciato con la voglia di vedere di più. Meglio di Vampires. Questo non è comunque il grande film di Carpenter che desideravo tanto vedere. Forse andrà meglio la prossima volta.


L.

P.S.
Passate dagli altri che festeggiano oggi il Maestro:

P.P.S.
E ora tutti a consultare l’opera di recensione carpenteriana di Cassidy.


– Ultime traduzioni esclusive:

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Sakra (2023) La leggenda dei semidei


Il 2026 comincia con i migliori auspici, con le emittenti televisive che fanno a gara per regalarmi perle e chicche d’ogni genere: dopo SuperSix (come abbiamo visto ieri), arriva Rai4 a stuzzicare il mio cuoricino marziale, con una prima visione del 6 gennaio 2026 tutta gustare.

Arriva infatti in lingua italiana Sakra. La leggenda dei semidei (天龍八部之喬峯傳, “La leggenda di Qiao Feng in Semidei e semidiavoli”, 2023), un nuovo film di e con Donnie Yen (co-diretto da Kam Ka-Wai): speravo che il suo ruolo in John Wick 4 (2023) facesse tornare l’Occidente ad interessarsi della sua opera, ma tocca accontentarsi delle briciole.

Ma… è Śakra, con la Ś accentata? Boh…

Una scritta iniziale ci informa che la storia è tratta dal romanzo Demi-Gods and Semi-Devils di Jin Yong che (mi spiega Wikipedia) è uscito a puntate sul giornale “Ming Pao” dal 1963 al 1966. Il romanzo wuxia – genere tipico cinese, con cavalieri erranti e principesse svolazzanti – si riallaccia alla cosmologia buddhista delle otto razze di semidei e semidemoni.

Le premesse storiche tocca leggerle in cinese!

Arriva poi una scritta cinese che mamma RAI non sente il bisogno di tradurre: catturo la schermata e la do in pasto a GoogleTranslate per sapere all’incirca il contesto storico del film:

«Nei primi anni della dinastia Song Settentrionale [960-1127], il Paese era debole internamente ma altrettanto debole esternamente, e problemi di confine sorgevano da tutte le parti.

Durante il regno dell’imperatore Shenzong [1067-1085] dell’èra Yuanyou, i Khitan e gli Xia occidentali invasero ripetutamente il territorio Song.»

In questa ambientazione abbiamo già incontrato 7 guerrieri (Saving General Yang, 2013) di Ronny Yu, dove i protagonisti devono vedersela con la minaccia dei perfidi Khitai o Khitan, cioè per sommi capi i mongoli della Manciuria.

I Khitan del film 7 guerrieri (2013)

I Khitan avevano già invaso parte della Corea, come ci racconta Il potere della spada (Shadowless Sword, 2005), e ancora secoli dopo saranno un pericolo costante e potente per i regni coreani, come ci racconta The Swordsman (2020) di Jae-Hoon Choi.

I Khitan ci tengono molto alla cura dei capelli

«I regni tibetani alternarono periodi di guerra e pace con la dinastia Song, mentre persistevano correnti sotterranee di attività tra le ex tribù Yan e Yun. Nella precaria situazione della dinastia Song, la difesa dei confini e la resistenza alle invasioni straniere erano di primaria importanza.

L’intera popolazione è interessata agli affari nazionali. I conflitti iniziano sul territorio e i rancori si diffondono nel mondo.

Tutti i rancori e le controversie nel mondo delle arti marziali nascono dall’avidità, dalla rabbia e dall’ignoranza.

Nessuno è senza rancori; ogni affetto è una maledizione.»

Incredibile la velocità con cui la ricostruzione storica sia caduta in emozioni personali come rancore ed affetto.

Abbandonato in culla davanti all’entrata di un villaggio, assistiamo velocemente all’educazione del giovane protagonista che, con gli anni, diventa «il capo dei mendicanti»: cosa siano questi “mendicanti” non è chiaro, forse per gli spettatori cinesi è ovvio e non c’è bisogno di spiegarlo.

Sembrano la tipica banda che spadroneggia nella zona seguendo le proprie regole, anche morali, ma sono i buoni della vicenda, visto che il loro capo è il protagonista della storia: fratello Zhiao Fang (o Qiao Feng o Kiu Fung), cioè Donnie Yen nostro, che non dimostra neanche la metà dei suoi 60 anni suonati all’epoca di questo film.

Uno splendido sessantenne marziale

Nel giro di cinque minuti, Zhao perde tutto, ritrovandosi sulla scena di vari crimini così da esserne accusato ingiustamente, ma il vero colpo finale è un altro: esce fuori che Zhao è nato da genitori Khitan, quindi è un mongolo cresciuto in seno a gente che combatte quel popolo al fianco della dinastia Song. Quindi mendicanti sì, ma anche fedeli dell’imperatore.

Zhao non batte ciglio – anche perché temo che Donnie sia così tirato da non essere più in grado di mostrare espressioni facciali – e abbandona tutto e tutti, promettendo di riabilitare il proprio nome. E se ne va salvando la giovane A Zhu (Chen Yuqi), che stava anche lei cercando informazioni sui propri genitori.

’Sta mano po’ esse fèro… o po’ curare (semi-cit.)

La particolarità di Zhao, ci viene spiegato, è il conoscere il potentissimo colpo delle 18 Palme del Drago Devoto, una roba che può servire in molte occasioni: durante il film Zhao ci accende il fuoco, ci sposta i mobili in casa e guarisce le ferite della ragazza. Diciamo che è un potere multiuso.

Con questa tecnica affronterà la secchiata di suoi ex fratelli, tutti desiderosi di massacrarlo perché hanno scoperto che è stato partorito da una donna straniera, evidentemente qualcosa di imperdonabile.

Va be’, questa è una palma… e le altre 17?

Quello che segue è il tipico wuxiapian, cioè un guazzabuglio vorticoso di mille personaggi incomprensibili, mille nomi sparati in ogni dove, riferimenti ad eventi sconosciuti al di fuori della Cina, mille e mille vicende melodrammatiche che al confronto i film di Mario Merola sembrano commedie sexy, per cui direi di lasciare i personaggi alla loro astrusa vicenda.

La parte che trovo interessante è che dopo mezzo film passato a sputare addosso ai Khitan, che fanno schifo perché sono stranieri e non hanno l’onore di essere nati nella dinastia Song, d’un tratto l’eroico protagonista comincia a diventare qualcosa che potremmo forse intendere come “ponte” fra le due culture: quando salva dei Khitan schiavi dai perfidi soldati Song sembra di capire che forse è il momento di un po’ di tolleranza razziale.

Ora mi chiedo, tutto questo è un “messaggio politico” nascosto nel film? Donnie Yen è un baluardo della cultura cinese, come abbiamo visto nella saga di Iceman (2014-2017) non si tira indietro quando si tratta di fare propaganda, ma quale sarebbe il messaggio di questo film? Che pure quei puzzoni schifosi dei Khitan possono vivere con i cinesi, se fanno i bravi e ne rispettano le regole? Altrimenti, viene spiegato, è il caos e il caos porta morte e distruzione per tutti.

Per mezzo film i Khitan sono brutti e zozzi, poi diventano bravi e da rispettare

Visto che i Khitan erano una di quelle popolazione turco-mongole che hanno da sempre abitato vaste zone d’Asia, cercando per millenni di conquistare i territori della razza han (cioè i cinesi), e visto che negli anni Duemilaventi i turchi moderni iniziano a tendere la mano a tutti i popoli asiatici con più o meno vaghe discendenze turciche, quasi a formare un variopinto impero turco-asiatico, non può darsi che il film finga di parlare di una storia passata per comunicare con popoli contemporanei?

Guarda caso, proprio negli anni d’uscita di questo film è arrivata eco anche in Occidente della questione uigura, cioè di come il Governo cinese trattasse i turcofoni uiguri come cittadini di serie B (anzi, faccciamo Z): li hanno inglobati quando nel 1955 la Repubblica popolare cinese si è presa lo Xinjiang (mi spiega l’uigura Gulbahar Haitiwaji nel suo saggio di denuncia del 2021 Sopravvissuta a un gulag cinese) ma l’annessione non è stata certo pacifica, essendo gli uiguri un elemento fortemente alieno all’interno del territorio degli Han.

«Nelle scuole di tutto il Paese gli allievi recitano che le cinquantasei etnie nazionali – di cui gli uiguri fanno parte – sono la pietra angolare dell’influenza culturale della Cina nel mondo. Sulle nostre carte di identità c’è scritto che siamo cittadini della Repubblica popolare cinese, ma nel nostro cuore siamo sempre uiguri. Uomini e donne pregano Dio nelle moschee e non nei templi buddhisti. I musulmani più religiosi portano la barba e le loro mogli il velo. Nelle case, le scuole e le strade dello Xinjiang risuonano le tonalità ruvide e rauche della lingua uigura, un dialetto derivato dal turco e non dal mandarino. Il cibo di base non è il riso, come per gli han dell’est, ma il naan, un pane piatto e tondo tipico dell’Asia centrale. Eppure, più che mai nel contesto attuale, le nostre distinzioni culturali danno fastidio e gli episodi delle rivolte passate inquietano. Ecco perché siamo fuggiti in Francia nel 2006, subito prima che lo Xinjiang precipitasse in una repressione senza precedenti.»
(Traduzione di Sara Prencipe, ADD Editore 2021)

Cultura, religione, alimentazione, non c’è un solo minuscolo elemento che unisca uiguri e han, due etnie profondamente diverse che si ritrovano a convivere con gli immaginabili gravi problemi del caso: può darsi che questo film predichi la convivenza civile “sotto lo stesso cielo” di più etnie? A patto che, si badi, quegli zozzi di stranieri stiano alle regole dei loro dominatori han…

Sarò maligno, ma a me quelle gambe sembrano finte…

Dietrologismi a parte, il film lo si guarda principalmente per gustare Donnie Yen che vola, anche se certo ormai è solo un manichino appeso ai cavi, con l’aiuto anche di effetti digitali, quindi a meno di non essere proprio appassionati di questo stile filmico c’è un po’ poco da gustare.

La bravura del mostro sacro c’è, con i suoi quarant’anni di carriera a garantire scene d’azione spettacolari, ma personalmente preferivo il Donnie più “fisico”, più all’occidentale.

Belle pose marziali, ma alla fin fine si limita a volare coi cavi

Due ore di riferimenti ignoti ad eventi sconosciuti e a personaggi incomprensibili, per non parlare degli stessi concetti ripetuti decine di volte, rendono Sakra (o Śakra) non certo un film da annoverare fra le visioni appassionanti, però sono contento che Rai4 ce l’abbia portato in lingua italiana, per rimanere aggiornati sull’opera di Donnie Yen.

L.

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Danger Man (1968) Dick Carter, lo sbirro


Lo scorso 10 gennaio 2026 SuperSix mi ha fatto capire che ce la sta mettendo tutta per iniziare l’anno nuovo coi fuochi artificiali, andando a farmi scoprire una super-chicca da saltare sulla sedia: nel mio eterno viaggio di studio sul fenomeno marziale nella cultura popolare del Novecento, scopro un titolo di cui non avevo mai sentito parlare. Il quale è legato a un personaggio parimenti a me sconosciuto.

Infatti dal 1960 al 1966 la TV britannica è stata invasa dalle avventure di un agente segreto molto speciale: John Drake, interpretato da quella grandissima faccia da schiaffi di Patrick McGoohan, protagonista di “Danger Man”: ho trovato un trafiletto de “La Stampa” del 21 gennaio 1968 che definisce «nuova serie inglese» quella lanciata in Italia su Rai2 con il titolo “Gioco pericoloso”. Non ho però trovato altro che qualche episodio sparso nel solo ’68, temo che nel nostro Paese la serie non abbia avuto gran che successo.

Finita “Danger Man”, l’agente segreto Patrick McGoohan si tuffa nella ben più iconica serie “Il prigioniero” (1967-1968), dove lo spunto è proprio quello di un agente segreto che tenta di ritirarsi e per questo viene tenuto prigioniero: la serie pare uscita in Italia negli anni Settanta ma non ne ho trovato la minima traccia, diciamo che è nota da noi solo perché all’alba del nuovo millennio è stata presentata dal satellitare Canal Jimmy, per il mio piacere.

Alla fine di tutto questo, che fai, non glielo fai fare un film di spionaggio a Patrick McGoohan? Siamo negli anni Sessanta in cui i nipotini di 007 escono nelle sale a pacchi da cento, solo l’Italia ne sforna tre al giorno, glielo vogliamo dedicare un film al Danger Man John Drake?

Dopo anni di piccolo schermo in bianco e nero, John Drake arriva sul grande schermo a colori

Alla distribuzione italiana di tutto questo non gliene frega proprio niente, ma proprio zero carbonella, abbiamo già più agenti segreti nostrani che spettatori, senza contare le co-produzioni che facciamo con Francia, Spagna e Germania, l’Italia degli anni Sessanta sciaborda di spie dallo sguardo sardonico che limonano con le bellone e si lanciano in pessime scene d’azione girate malissimo: i cinema italiani del 1968 non hanno bisogno di John Drake.

Poi succede qualcosa che gli storici ancora non hanno colto, nella sua portata epocale. Nel 1972 il segretario di stato americano Henry Kissinger viaggia segretamente in Cina e stringe accordi di alleanza contro il pericolo russo costituito dall’Unione Sovietica, perciò da quel momento i cinesi non sono più i coglioni cin-cio-lin che sono stati in tutta la narrativa americana sin dalle origini, non sono più carne da miniera da prendere in giro. Appena Kissinger torna in patria, a fine 1972, la parola d’ordine è: anche i cinesi, nel loro piccolo, sono esseri umani. Nessuno in Occidente se n’era mai accorto.

Gennaio 1973, una delle più grandi major americane, la Warner Bros, inonda l’intero globo terracqueo con una serie di filmacci di arti marziali raccattati nei cassonetti della spazzatura di Hong Kong (che non è Cina ma gli assomiglia, e poi ha una fiorente industria cinematografica), la risposta del pubblico è unica nella storia del cinema e all’improvviso i “film di menare” sono l’investimento più fruttuoso dell’epoca. Filmacci zozzi che non costano niente venduti in ogni singolo cinema esistente al mondo.

Come raccontato, la risposta italiana terrorizza l’Occidente, come l’urlo di Chen: nel solo 1973 sono usciti nei nostri cinema più di novanta film a sfondo marziale, o comunque contenenti scene di combattimento a mani nude. Visto che non ne esistono così tanti ad Hong Kong, tocca andare a ravanare in giro, importando roba anche peggiore da Taiwan e Corea del Sud: qualche distributore si ricorda di quel tizio britannico, quel John Drake… non aveva fatto una roba con degli idioti vestiti da karateki?

Nel 1973 era arrivato nelle nostre sale Gli assassini del karate, titolo falsissimo che presentava un episodio della serie TV americana “Organizzazione U.N.C.L.E.” (1964-1968) dove gli eroi affrontavano un’organizzazione terroristica pseudo-marziale: nel 1975 arriva nelle nostre sale un’operazione molto simile, con questo Dick Carter, lo sbirro, dove non c’è alcuno sbirro e dove il nome Dick Carter se l’è inventato il doppiaggio italiano.

Tranquilli, il pippone storico è finito, dico giusto che il film esordisce al cinema nel 1975, in TV nel 1983 (solo nei più minuscoli canali locali), in VHS AVO Film in data ignota e nel 2016 la Golem Video lo riesuma in DVD. Mi sento di dire che la splendida edizione d’annata trasmessa da SuperSix lo scorso 10 gennaio 2026 non mi sembra quella da DVD, probabilmente attinge all’archivio storico del canale.

Non mi sembra un’edizione da DVD, per me viene dagli archivi storici dell’emittente

Dick Carter – che in realtà è John Drake ma il doppiaggio nostrano forse non lo reputava un nome abbastanza “figo” – sbarca a Tōkyō fingendosi «radiocronista della BBC» perché è stata un’uccisa un’agente segreta prima che potesse finire il proprio rapporto. Ako Nakamura infatti ha scoperto particolari importanti su una pericolosissima setta chiamata Koroshi e dedita all’omicidio come “forma di poesia” ma non ha fatto in tempo ad avvertire i servizi britannici.

L’agente segreta è interpretata da Yōko Tani e mi piace far notare come sia un’attrice molto amata dal cinema europeo dell’epoca, sebbene poi sarà totalmente dimenticata. Chiaramente asiatica, dal nome giapponese, è nata però a Parigi e quindi ha sempre avuto un contatto diretto con il cinema europeo: fra i suoi titoli italiani mi piace citare F.B.I. operazione Baalbeck (1964) di Marcello Giannini, Agente Z55: missione disperata (1965) di Roberto B. Montero, Le spie amano i fiori (1966) di Umberto Lenzi e Goldsnake. Anonima killers (1966) di Ferdinando Baldi, e l’elenco potrebbe andare avanti parecchio.

Insomma, un film che inizia con una stella dell’epoca che interpreta un personaggio che muore subito… fa davvero strano.

La dimenticata Yōko Tani, diva dello spionaggio europeo anni ’60

Kissinger non ha ancora iniziato la sua opera di avviCINAmento quindi è ancora considerato accettabile che gli asiatici siano interpretati da bianchi truccati e con la voce scema, che quanto a sgradevolezza fa il paio con l’asiatico che ride sempre e poi è infame.

Sembra incredibile, ma per i britannici dell’epoca questo è un giapponese…

Il nostro Dick Carter scopre subito una cellula terroristica del Koroshi, tutti criminali dediti a stupidaggini imbarazzanti tipiche dell’epoca, ma è roba che dura un attimo: molto più tempo è dedicato a finte corse in auto, con scene in esterni di macchine che corrono con stacco sugli attori in studio che fingono di guidare. Dieci minuti interi così e lo spettatore ha voglia di gridare. Purtroppo all’epoca erano tutti così i film, dalla A alla Z, prima che Steve McQueen desse un po’ una scossa al genere. La cosa assurda è che questo film è co-diretto da Peter Yates lo stesso anno in cui ha girato Bullit! Roba da impazzire…

Come mai a un terzo di film la Koroshi è già smantellata? Perché ora andiamo al quartier generale a neutralizzare gli alti vertici. Infatti questa terribile associazione che vuole dominare il mondo ha preso possesso di uno scoglio al largo di un’isola giapponese, ha ucciso dei pescatori a caso – senza alcuna ragione apparente – e in ambienti rocciosi passa le giornate a fare mosse buffe indossando un karategi. Direi che il mondo può dormire sonni tranquilli.

Sarebbero questi i terroristi che minacciano il mondo?

Voglio sperare di cuore che gli autori volessero prendere in giro un genere cinematografico di gran moda, ma ne dubito: non si offendano i tanti amanti di James Bond, ma i film di spionaggio anni Sessanta sono di una ridicolaggine che travalica ogni limite e decenza, e questo film ne segue le regole, soprattutto le più stupide.

Con l’esplosione nel mondo del judo e del karate, stili marziali per cui si aprivano palestre in giro per il mondo sin dai primi anni Sessanta, è chiaro che dei cattivi vestiti con il karategi abbiano un senso per lo spettatore ignaro, e vorrei sommessamente far notare che l’anno precedente 007 Si vive solo due volte (1967) presenta dei ninja vestiti da karateka: è l’ignoranza marziale con la Z maiuscola, e non possiamo farci niente.

Posso testimoniare come girare in karategi non sia affatto comodo

Ma… e quella tipa lì? Ebbene sì, penetrato nel covo nemico, Dick Carter incontra Miho, che in quanto sorella di Ako può far tornare Yōko Tani nel film. La donna interpreta una fenomenale combattente esperta nello spezzare le solite tavole o tegole.

È una lottatrice talmente addestrata, preparata, spietata e determinata… che non farà una mazza di niente per l’intera vicenda. Ammazza che lottatrice!

Con una mano ti annoio, con lo sguardo spento ti addormento

Se James Bond in persona, con alle spalle consulenti di serie A, mostri sacri dell’epoca, non è mai riuscito ad alzare anche un solo pollice che sembrasse una tecnica marziale, come può riuscirci una produzione Pizza & Fichi come questa britannica?

Negli anni Sessanta le grandi città vedono un fiorire di palestre dove si insegnano arti marziali orientali: possibile che gli attori di cinema non abbiano mai trovato il tempo di farci un salto? Così questo film è come il 99% dei fiumi di titoli similari dell’epoca: ai cattivi marziali si dà uno sganassone o una spinta e fine, quelli cascano morti. Lo scontro finale in questo film è pura barzelletta, che però non fa ridere.

Occhio, però, che il capo karateka c’ha la mossa segreta!

Non sono riuscito a trovare il nome dell’attore che fa il capo del Koroshi, in fondo è un personaggio talmente ridicolo che posso immaginare l’attore non abbia voluto apparire nei crediti. Comunque fra mille buffonate da “Il mondo è mio” riesce a regalarci un capolavoro finale. Quando sente che Dick Carter si sta avvicinando, aziona la sua… scrivania armata!

Il capo c’ha la scrivania magica!

E dal nulla fuoriesce una enorme mitragliatrice! Ma… non era più semplice una pistola?

Il karate va bene, ma la mitragliatrice è meglio

Ignoro se la serie TV “Danger Man” avesse gli stessi toni di questo film, a metà fra la parodia e il “pittoresco”, ma se non ho visto la serie britannica ho però visto (purtroppo) tantissimi filmacci di spionaggio italiani, e sono tutti così, a metà fra parodia e “pittoresco”, con l’eroe dal sorriso sardonico che si spupazza la bella di turno mentre salva il mondo, pieni di razzismi vari a spruzzo, con scene d’azione imbarazzanti e tutto il resto. (Ad onor del vero, le migliori tecniche marziali pre-Settanta le ho trovate in film italiani, ma sono proprio casi rarissimi.)

Comunque ringrazio SuperSix per aver stanato questa chicca d’altri tempi dai propri archivi, in attesa di recuperare la versione digitale rimasterizzata del DVD Golem, e soprattutto di avermi dato un altro titolo da aggiungere allo studio sui film anni Sessanta che hanno anticipato la “febbre marziale” dei Settanta.

L.

– Ultime chicche da SuperSix:

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Bullitt (1968) In edicola l’auto del film!


Come ho già raccontato, il 2026 è iniziato con me che grufolavo nelle poche edicole superstiti per fare il pieno di prime uscite a prezzo di lancio, e chiaramente il pazzo forte è la “Ford Mustang Collection” della DeAgostini, con ben due modellini di auto decisamente cinematografiche.

Posso chiedere un applauso alla DeAgostini?

Il primo modello, la Mustang Shelby GT350R, l’ho già presentato con il film che l’ha lanciato, Need For Speed (2014), il quale ha un delizioso rimando: quando i protagonisti vanno al drive-in, cos’è che proiettano su grande schermo?

Tutte le auto venerano il film Bullit!

Il secondo modello in edicola è proprio l’auto di Bullitt!


Il romanzo originale

Dopo aver iniziato a raccontare le avventure poliziesche del capitano Da Silva nel 1961, lo statunitense scrittore Robert L. Fish si maschera dietro lo pseudonimo Robert L. Pike e firma tre avventure del tenente Clancy: solo la prima ha davvero successo, diventando il film Bullit.

Mute Witness (1963) arriva in Italia nel febbraio del 1968 – già sapevano che a novembre sarebbe uscito il film? – come numero 994 della storica collana “Il Giallo Mondadori”, con traduzione di Mara Spagnuolo e il titolo Due volte morto.

Il tenente Clancy ha fatto un casino e questo è costato la vita a un testimone che doveva proteggere, così si è ritrovato nel 52° Distretto, che ci viene descritto un po’ come lo sgabuzzino delle scope di New York. Ma proprio conscio di questo, Clancy rimane allibito quando il vice-procuratore distrettuale Chalmers gli affida la custodia di un testimone da proteggere: avendo la nomea di ammazza-testimoni, la cosa puzza già dall’inizio.

E puzza ancora di più quando Clancy scopre che si tratta di Johnny Rossi, uno dei più temuti boss mafiosi della costa occidentale: perché mai un pezzo da Novanta del genere sarebbe volato fino a New York per aiutare la giustizia? Siamo sicuri che non stia tirando una sonora fregatura a tutti? Chalmers è granitico e irremovibile e quindi Clancy non può che eseguire gli ordini.

Il problema è che i suoi uomini fanno casino e il testimone rimane ucciso, di nuovo! Se Clancy vuole avere una qualche speranza di mantenere il posto di lavoro, deve tenere sotto silenzio la notizia del proprio fallimento e iniziare una corsa contro il tempo per acciuffare i colpevoli prima che Chalmers lo scopra e lo mandi a dirigere il traffico.

Il romanzo è essenziale, asciutto, molti dialoghi e poche descrizioni, sono un centinaio scarno di paginette che vanno dritte al dunque, raccontano una storia di indagine poliziesca che oggi forse andrebbe bene giusto per un episodio televisivo (e neanche uno di quelli memorabili) ma che per un onesto gialletto da leggere d’un fiato va più che bene.

Due volte morto non lascia il segno, non è una lettura appassionante, anzi in più punti è anche un po’ noiosetto, ma mai avrei pensato che il relativo film fosse milioni di volte più noioso!


Nascita e distribuzione

Il “Los Angeles Times” del 26 settembre 1967 ci informa che la Solar Productions, la casa produttrice fondata da Steve McQueen, si è comprata i diritti di un progetto cinematografico basato sul romanzo di Pike, e l’attore vuole Peter Yates come regista dopo essere rimasto piacevolmente colpito dal suo Rapina al treno postale (Robbery, 1967), con tanto di inseguimento d’auto per le vie britanniche. A dicembre di quel 1967 “Variety” annuncia che McQueen non solo produrrà il film ma ricoprirà anche il ruolo protagonista.

Tra il gennaio e il febbraio del 1968 iniziano le riprese per le vie di San Francisco, adottando il sistema che Yates aveva utilizzato per il precedente film, cioè girare tutto in veri luoghi, sia interni che esterni, senza l’utilizzo di teatri di posa. “Daily Variety” del 18 marzo 1968 ci dice che questo è il primo film ad utilizzare cineprese Arriflex, molto più piccole e agili delle altre, anche se proprio per questo contengono meno pellicola e quindi possono girare solo scene brevi, dando perciò maggior ritmo alle scene d’azione.

“Daily Variety” del 9 maggio 1968 annuncia la rottura fra Solar e Warner Bros, un accordo per sei film che probabilmente salta a causa dello sforamento del budget delle riprese: vari incidenti e imprevisti hanno infatti prolungato per mesi la lavorazione del film con relativo aumento di spese. Lo stesso McQueen annuncia che finirà la pellicola, malgrado la rottura del contratto.

Uscito in patria americana il 17 ottobre 1968, riceve il visto italiano il 21 febbraio 1969 e la Warner Bros lo porta nelle nostre sale almeno dal 25 marzo successivo, con il semplice titolo Bullit.

La prima apparizione televisiva l’ho trovata su Italia1 nella prima serata dell’8 dicembre 1983. Portato in VHS in quel glorioso 1985 in cui la Warner Home Video è esplosa, ho trovato diverse edizioni DVD Warner del film, finché nel 2019 esce l’edizione A&R Productions: possibile che WB abbia perso i diritti su un film così storico?


Il mio Walter Hill
con trenta dollari l’ha fatto meglio!

Lo dico subito: da un film così iconico e venerato mi aspettavo fuochi d’artificio e invece ho trovato una mezza miccetta: se non fosse per la scena di inseguimento in auto, che dura esattamente dieci minuti, sarebbe un film di una vuotezza disarmante.

Bullit non è un giallo, non è un poliziesco e non è neanche un film: è un’opera agiografica, è la vita di un santo, costruita per venerarlo e far sapere a tutti quanto sia straordinario. E il santo in questione è l’ego di Steve McQueen, che in ogni inquadratura fa in modo che sia chiaro come lui sia Steve McQueen, e gli altri no.

Ad Hollywood non c’era abbastanza pellicola per contenere l’ego di McQueen

Da New York ci spostiamo a San Francisco ma la storia è la stessa, o quasi. Il detective Frank Bullit (Steve McQueen) viene incaricato di proteggere il testimone Ross (che nel romanzo era Rossi) e non batte ciglio, sia perché McQueen è troppo occupato ad essere McQueen per recitare, sia perché nessuno dei suoi fan adoranti gli hai mai chiesto tanto sforzo, sia perché è subito chiaro che qui della sceneggiatura non frega niente a nessuno. C’è McQueen, punto. Il resto non conta.

L’unico neo di questa agiografia è che il santo ha un contraltare di tutto rispetto, perché il mellifluo Chalmers qui è interpretato da Robert Vaughn, che al contrario di McQueen è un attore vero, non un portatore di ego, e nelle scene dov’è presente oscura decisamente il protagonista: sarà per questo che i due appaiono decisamente poco nella stessa inquadratura?

Come si fa a non amare questa grandissima faccia da schiaffi?

Rimaneggiando il romanzo, la storia procede quasi simile ma con ritmi mostruosamente lunghi, perché l’obiettivo della cinepresa deve ossessivamente seguire McQueen che fa McQueen, che fa le facce da McQueen, che guarda su, poi guarda giù, poi va a spupazzarsi la bella di turno – una inutile Jacqueline Bisset buttata a casaccio in circa cinque minuti scarsi di ruolo, altrettanto inutile – poi McQueen si siede, poi si alza, poi cammina, poi si gratta il sedere e si schiarisce la voce. Ma come lo fa lui, non lo fa nessuno.

Passa così la prima ora di film, con tipo forse quattro fasi di senso compiuto, diluite nel vuoto cosmico di una musichetta urticante. Oh, quando succede qualcosa svegliatemi, eh?

Chiamare la giovane Jacqueline Bisset a fare la comparsa sullo sfondo è assurdo

Secondo voi, Santo McQueen nell’alto di Hollywood, può mica girare con una fetente auto della polizia? Ma scherziamo? Bullit va a comprare il giornale, la frutta e la pizza surgelata – non mi invento niente, sono tutte azioni che ci vengono mostrate con lunghissime scene, perché evidentemente ritenute importantissime ai fini della vicenda – e ci va a bordo della sua Ford Mustang GT390 appena uscita ma già vissuta, date le ammaccature.

Scusa, Steve, ma l’auto ti ruba decisamente la scena

Io sono cresciuto negli anni Ottanta, quando era ovvio che i poliziotti della TV sfrecciassero per le vie cittadine rombando su auto cazzutissime, da “Sulle strade della California” (1973) a “Starky e Hutch” (1975), e mi rendo conto che sono tutti discepoli di Santo McQueen, pieno di gagliardiaggine: quella strada in discesa di San Francisco era così famosa che persino Woody Allen l’ha usata, in Provaci ancora, Sam (1972), praticamente era la scalinata di Potëmkin degli anni Settanta!

La strada in discesa più famosa degli anni Settanta

Dopo un’ora e sei minuti di nulla, con Santo McQueen che benedice i propri seguaci con pose plastiche in cui guarda il vuoto – ma lo guarda in maniera davvero figa – inizia l’unico motivo per cui il film è noto: la scena di dieci minuti in cui l’eroe a dorso di Mustang insegue i cattivi a bordo di una Dodge Charger del 1968, l’auto dei fratelli di Hazzard e del fasto nonché furioso Dom Toretto. Chiaramente parliamo di uno scontro di titani nel campo delle marche americane.

Qui inizia tutt’altro film, all’improvviso Bullitt piomba nella storia del cinema e scrive la propria pagina sgommando coi copertoni, e qui davvero San McQueen fa il miracolo, perché solo un grande appassionato di motori come lui poteva sdoganare nel cinema il concetto di “corsa d’auto”, che per noi venuti dopo è scontato ma nel ’68 non lo era affatto.

Su, andiamo a scrivere la storia delle auto al cinema

Il problema è che, di nuovo, parliamo di una scena di dieci minuti, una scena ottima ed emozionante ma infilata in un film noioso e statico fino alla nausea, privo di ritmo, di vitalità e riempito solo da ossessivi primi piani a Santo McQueen che fa cose in giro.

Apprezzo la scintilla accesa da questo film ma solo perché poi è diventata maestoso fuoco sacro in ben altre mani, mani drammaticamente meno famose e venerate di McQueen: come abbiamo visto, il folle Gone in 60 Seconds (1974) prende quei dieci minuti e li rende il film stesso! E infine arriva il Re della Collina e, con Driver, l’imprendibile (1978) quei dieci minuti diventano epica cavalleresca.

L’auto è gagliarda, ma l’epica di Walter Hill se la sogna

Preferisco di gran lunga gli eredi all’originale, anche se riconosco come quei dieci minuti nel ’68 abbiano cambiato per sempre il modo di fare cinema nei decenni a venire. Come detto, ancora in Need For Speed (2014) i protagonisti pagano pegno a Bullit, trasmesso su grande schermo.

Guarda caso, omaggiano solo la scena d’auto di dieci minuti


Bullit in edicola!

Come anticipato, ad inizio 2026 ho trovato in edicola la Ford Mustang GT390 del 1968, proprio nello stesso colore verde scuro usato per il film.

Questo sì che è un gioiellino

Dalla descrizione del fascicolo scopro qualcosa di cui sento parlare per la prima volta: il successo di quest’auto si deve anche al fenomeno delle… donne al volante!

«Nel 1967 la Ford Mustang era già un successo senza precedenti che aveva conquistato un nuovo pubblico, tra cui una generazione di giovani baby boomer desiderosi di guidare un’auto diversa, più compatta, esteticamente accattivante e sportiva, oltre alle donne che erano entrate nel mondo del lavoro e avevano iniziato a guidare. Prima del lancio delle sue famose versioni della muscle car di Ford, il celebre pilota e preparatore Carroll Shelby aveva definito in maniera sprezzante la Mustang originale come “l’auto delle segretarie”.»

Tralasciando il commento sgradevole di Shelby, figlio dei tempi, è curioso notare come invece al cinema saranno per lo più maschi i piloti di quest’auto. Ma c’è anche un trafiletto legato a questo film:

«Nel 1968 Steve McQueen fu protagonista del film Bullitt, diretto da Peter Yates. L’attore interpretava l’ispettore della polizia di San Francisco Frank Bullitt, la cui Mustang GT390 verde scuro (Highland Green) divenne una vera e propria star quando Bullitt cercò di catturare una Dodge Charger in una delle scene di inseguimento automobilistico più celebri e avvincenti della storia del cinema che si concludeva con uno spettacolare incidente. Da appassionato pilota dilettante, McQueen guidò personalmente l’auto nella maggior parte delle scene, lasciando solo alcune riprese pericolose agli stuntman Bud Ekins e Loren James.

La Ford forni alla produzione due Mustang GT390 con motori di serie ma dotate di sospensioni rinforzate, barre antirollio più spesse e ammortizzatori KONI.»

Il modellino è splendido e questo sì che merita di finire “esposto” nella mia collezione, anche perché da una precedente collana da edicola ho proprio la Dodge Charger di Toretto, cioè l’antagonista della Fort Mustang in questo film: metterle insieme a questo punto è un doveroso omaggio cinematografico.

L.

– Ultime corse pazze:

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Play Nice (1992) Desideri perversi


Questa settimana l’opera di Romulus si fonde con il mio storico viaggio nella produzione di un marchio sottovalutato, la Stormovie: solo dopo aver visto la sua proposta di oggi, Play Nice, ho infatti scoperto che avevo già il DVD del film, trovato su bancarella chissà quando e mai visto da allora.

La Number Sex (collana della storica Number One Video) lo porta in VHS nel 1994 con il titolo Desideri perversi. Piacevoli giochi di morte. Italia1 lo manda in onda in prima visione nella seconda serata di sabato 17 giugno 1995: non si conoscono altri passaggi televisivi.

Nel 2007 la mia amata Stormovie – che per lo più raccoglie su disco molti dei titoli usati e gettati da Mediaset negli anni d’oro – lo porta in DVD con il solo titolo Desideri perversi.

Qui nessuno gioca, e di sicuro non c’è niente di nice in questo film

Questo film mi permette di riaprire la rubrica “Sexy Thriller“, un’espressione con cui indico quella ondata di titoli nata dai “bassi istinti” di Paul Verhoeven.

Quando infatti nel marzo 1992 esce in California Basic Instinct c’è stata un’ondata che ha coinvolto tutte le più minuscole casupole in circolazione: “sesso e omicidi” era una formula che andava sfruttata il più possibile.

Ad essere onesti, già a gennaio 1992 al Sundance veniva presentato Poison Ivy con Drew Barrymore, che presenta temi molto simili, ma è chiaro che sarà poi Sharon Stone a dettare legge, venendo magistralmente parodiata dal capolavoro Fatal Instinct (1993).

Da Sliver (1993) a Payback (1995) a Sex Crimes (1998) la formula è sempre quella: il protagonista cade nella tela malvagia di una donna fatale, fra sesso e omicidi.

Quelli sin qui citati sono film che possono piacere o meno ma sono comunque dei film veri, poi c’è la serie Z più spernacchiona, come per esempio Blood Run (1994) con cui l’american ninja David Bradley voleva provare a cambiare genere, con risultati tutti da ridere. Ne dovrò parlare, prima o poi, avendo l’onore di possedere il film sia in VHS che DVD. (Invidiosi, eh?)

E poi c’è il film di oggi, che esce direttamente nelle videoteche americane nel novembre di quel 1992 così bollente, presentando praticamente la versione Z cialtronesca di Basic Instinct.

Non c’è un rompighiaccio bensì una pistola, però la scena è la stessa

C’è in giro un’assassina seriale che la stampa ha ribattezzato Rapunzel, che come l’omonima Raperonzolo della fiaba ha i capelli lunghissimi: come facciano a saperlo i giornalisti non è chiaro, ma nulla è anche solo lontanamente accostabile alla chiarezza in questo film.

Sappiamo solo che ad indagare sul caso c’è il detective Jack Penucci, falsamente accusato di spifferare informazioni alla stampa e per questo soprannominato poco amichevolmente “Bla Bla” (Mouth, in originale). Il vero gravissimo problema di Jack è che è interpretato da Ed O’Ross.

Ma perché fa quella faccia?

Finché faceva il cattivo stereotipato nei film anni Ottanta – da Arma letale (1987) a Danko (1988) – non mi ero accorto che pessimo attore fosse: mettiamola così, il suo ruolo migliore è sicuramente L’alieno (1987) perché deve interpretare un corpo vuoto privo di volontà e intelligenza. Scopro che l’attore lì non stava recitando.

Qui ogni sua espressione è di maniera, roba da recita parrocchiale, ogni sua faccia è sbagliata, sembra una parodia del poliziotto duro anni Ottanta, ed essendo un film “serio” fa ancora più ridere. È anche vero che la sceneggiatura fa così schifo che neanche un attore di serie A sarebbe riuscito a tirar fuori alcunché dal personaggio.

Ma che senso ha questa scena? Ma ha senso questo film?

Con un gusto esibizionista tipico dei folli, gli sceneggiatori Michael Zand e Chuck McCollum fanno a botte per riempire lo schermo con i loro doppi crediti, di autori del soggetto e sceneggiatori, invece di un più raccomandabile velo pietoso, lasciando la sceneggiatura anonima: serve però un sistema nervoso per provare vergogna, e i due autori chiaramente ne sono sprovvisti.

Abbiamo così un cialtronesco detective che indaga su una donna assassina, e c’è una donna presente ossessivamente in ogni scena: chi sarà mai la pericolosa assassina? Assolutamente impossibile intuirlo! Ah, ma i nostri autori sopraffini le tentano tutte per sviare l’attenzione dello spettatore, per esempio abbiamo una tecnica di laboratorio che viene inquadrata per quindici secondi: sarà mica lei l’assassina protagonista della vicenda? Vi sentiti sviati, eh?

I potenti mezzi tecnologici del 1992

Con una scusa qualsiasi, implausibile, abbiamo presente in ogni scena del film Jill Crane, di cui Jack si innamora subito, com’è previsto dal copione del “sexy thriller”. I due si lanciano in continue scene di ginnastica da letto – tutto molto castigato, per evitare divieti ai minori – e mentre Jill si mostra sempre più fuori di testa intanto Jack si chiede chi sarà mai la pazza assassina a cui sta dando la caccia…

All’incirca a metà film, fra un conato e l’altro per via della mostruosa bruttezza dell’esecuzione – sia tecnica che artistica – d’un tratto l’attrice che interpreta Jill mi è sembrata familiare. Mi fregio di non aver mai visto prima ’sta monnezza di film, perché quel volto ora mi è familiare?

La cosa è andata avanti a lungo, anche perché così non dovevo pensare alla stupidità della trama, e alla fine è arrivata l’illuminazione: ma quella è Louise “Venerdì 13” Robey!!!

Ma… è lei o non è lei???

A vederla così non sembra lei, ma a un certo punto mi sono reso conto che l’attrice cambia acconciatura ad ogni scena, ogni volta dominando il fiume in piena della propria folta chioma: sono poche le attrici che hanno un rapporto così impegnativo e complicato con i propri capelli, cambiando taglio ad ogni inquadratura, una di queste è Robey.

Ecco, ora la riconosco!

Quindi l’attrice-cantante che stava scalando il mondo dell’intrattenimento ha avuto tempo anche per un sexy thriller, una volta lasciato il negozio “Curious Goods” di zio Vendredi, per tre anni a contatto con gli oggetti più maledetti del piccolo schermo, come abbiamo visto nel ciclo dedicato alla serie TV “Venerdì 13“. Questo orripilante filmaccio possiamo annoverarlo fra gli oggetti maledetti di cui si è interessata?

Curioso che nelle interviste che ho trovato e tradotto per quella serie TV Robey si sia dimenticata di raccontare questa parentesi nella propria carriera. Secondo IMDb questo Play Nice è l’ultimo lavoro dell’attrice dalla carriera più veloce dell’epoca: spero per lei che abbia trovato una carriera alternativa più soddisfacente.

Certi capelli leonini rimangono in memoria…
foto da “Femme Fatales” (Vol. 1) n. 4 (primavera del 1993)

Se tornate a guardare la prima foto dell’attrice, noterete delle locandine alle sue spalle. In una delle tante scene totalmente folli e immotivate di questo film, i due protagonisti si ritrovano in un bar pieno di poster cinematografici alle pareti, il che ha attirato la mia attenzione: vuoi vedere che la casa produttrice ne ha approfittato per fare pubblicità ad altri propri film? All’epoca si usava farlo, penso ad Agguato alle Hawaii (1987) in cui Andy Sidaris infila locandine dei propri film.

Sidaris pubblicizza altri film di Sidaris

Penso a Giorni di fuoco (1995) in cui la PM Entertainment faceva entrare il protagonista in una piccola videoteca strapiena di propri titoli appena usciti in VHS.

La PM pubblicizza altri film targati PM

In questo caso, però, le uniche due locandine che sono riuscito a identificare non sembrano avere alcun legame con le minuscole e insulse case produttrici del film.

L’unico momento un pizzico interessante del film

Ho riconosciuto infatti Nuda vendetta (Naked Vengeance, 1985), distribuito da Concorde Pictures, e La spada e la magia (Sorceress, 1982) prodotto e distribuito dalla New World Pictures: due diverse case riconducibili a Roger Corman, il quale non sembra avere nulla a che fare con Play Nice, perché citare quei film? Magari il regista è un fan di Corman e voleva omaggiarlo.

Non sono riuscito a decifrare la terza locandina visibile nella scena: se qualcuno ci riuscisse mi facesse sapere.

Riuscite a capire di quale film sia la locandina là dietro?

Del film non c’è altro da dire, una buffonesca versione di serie Z di Basic Instinct con una sola attrice protagonista, per cui non ha senso il gioco del “Chi sarà l’assassina?”, così come non ha senso qualsiasi altro aspetto di Play Nice.

Ogni singola scena va per conto proprio e gli attori recitano in maniera imbarazzante: sono contento di non aver mai più incontrato Ed O’Ross, e mi spiace per Robey che è tanto simpatica, ma qualsiasi carriera abbia poi intrapreso credo sia stata migliore di quella d’attrice “bollente”. Di sicuro dopo questo film ho rivalutato tantissimo il suo ruolo in “Venerdì 13”, che è da Oscar.

La preferivo quando indagava sugli oggetti maledetti

Grazie a Romulus sono riuscito a portare nel blog un’altra perla marrone dalla mia vasta collezione di DVD Stormovie, che da molti anni mi riprometto di recensire per poi perdermi in mille altre iniziative. Anche perché parliamo di serie Z talmente potente e devastante che poi serve un po’ di riposo per riprendersi.

L.

– Ultimi regali di Romulus:

– Ultimi DVD Stormovie:

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UFO Burger: il panino di Gargantua!


Quando mi chiedono come faccia a vedere centinaia di film l’anno, la mia risposta è semplice: basta non seguire eventi sportivi, cuochi televisivi e reality di qualsiasi genere, e già così sono centinaia di film l’anno sicuri, puliti puliti. Quindi sono un asceta cinematografico? Rimango puro e impermeabile a qualsiasi distrazione che rubi tempo? Ebbene no, almeno dall’estate 2025 in cui mi sono infognato con YouTube.

Com’è noto, l’estate del 2025 è stata protagonista dell’evento mediatico del secolo, con la “Guerra dei panini” in cui tanti tubari sono andati a provare l’hamburgeria aperta a Roma da CiccioGamer89 e questo ha portato a video frizzantini e polemiche al vetriolo: la stroncatura di Franchino er Criminale possiamo definirla la Stalingrado della Guerra del Panino.

La mitologica copertina del Trono del Muori

Ora, perché io perdo tempo con questa roba? Non lo so, malgrado io mi rimproveri di dilapidare tempo e cellule cerebrali come quelli che seguono i reality alla fine non resisto davanti agli scazzi tubici e alle polemiche sterili: lo so benissimo che è tutta pubblicità, che le polemiche sono la prima forma di vendita esistente, ma continuo a ripetermi il mantra del drogato: domani smetto.

In tutto questo, ho imparato che ci sono due modi per seguire le ondate di polemiche sul Tubo: saltare da un video all’altro, perdendo un mare di tempo, oppure servirsi di “accorpatori di contenuti” (che forse solo io chiamo così, nella misteriosa e sconosciuta lingua italiana), cioè video in cui si reacta (verbo di noi giovani al posto di “reagisce”) alle polemiche in corso, facendo una completa panoramica della questione: in pratica, con un solo video te ne vedi tre o quattro e in più hai un commento, che ci si trovi d’accordo o meno.

È così che ho conosciuto il VTuber (cioè qualcuno che non appare in video con le proprie fattezze bensì usando un’animazione digitale) Lele di DBG Archives, che apprezzo molto perché invece di fomentare faide e polemiche preferisce divertirsi ad esporre le questioni cercando sempre di abbassare i toni. È grazie a lui, e al suo video del 7 gennaio 2026, che ho conosciuto il fenomeno noto come UFO Burger.

Il momento in cui sono saltato in aria…

Il succo è che la nuova Guerra dei Panini è scoppiata dopo questo video del 31 dicembre 2025, dove i due protagonisti annunciano l’apertura del loro fast food, la cui pietanza principale sarà lo Space Patty, un tipo di panino che loro dicono aver adocchiato all’estero e deciso di portare in Italia per la prima volta: la polemica sta nel fatto che invece sono mesi che l’Italia è visitata dagli stessi identici panini, a quanto pare nati in Corea del Sud, e ogni locale che li presenta ne rivendica il primato.

Stando al suo blog, è stata la società Sferico (nata nel 2019) a portare in Italia l’UFO Burger, “panino spaziale” la cui lavorazione è illustrata da un video coreano del 2021.

Ma perché vi parlo di panini spaziali e UFO Burger? Che c’entra con il Zinefilo? C’entra perché… il MACC mi sta facendo impazzire!

Perché questa forma grafica mi perseguita???? (dal film Suspect Zero)

Sono mesi che il Motore ad Alta Coincidenza Cinematografica mi lancia segnali perché io compia viaggi interstellari, sin dal novembre 2025 in cui ho visto e recensito Suspect Zero (2004): vediamo se indovinate quando la catena Hamerica’s ha portato in alcune città italiane l’UFO Burger, in edizione limitata per un solo mese… Bravi, novembre 2025.

Dal video pubblicitario di Hamerica’s su instagram

Molti mostrano la forma “chiusa” del panino spaziale, ma voi guardate le foto dov’è mostrato aperto…

Io però così impazzisco…

Perché si finisce sempre lì, nel buco nero Gargantua di Interstellar (2014)?

Nooooooooooo (sono io che cado in un buco nero, dotato di tesseract)

Vediamo se indovinate qual è stato il mese del 2025 in cui il fumetto Event Horizon: Dark Descent ha mostrato a casaccio un buco nero a forma di Gargantua… Bravi, novembre 2025. La verità è là fuori…

Non si può sfuggire a Gargantua, neanche a fumetti!

Purtroppo questo fenomeno paninesco esiste solo nei social, quindi riuscire a tracciarlo indietro per capire quando sia arrivato davvero in Italia è molto difficile: ogni singolo locale che ha presentato gli UFO Burger li ha spacciati come “prima assoluta”, come la Nip Burger che lo pubblicizza su instagram: siamo in Italia, non esiste alcuna documentazione o informazione, solo parole vuote sparate a casaccio. Chi le potrà mai contraddire, non esistendo alcun tipo di memoria storica?

Pubblicità della Nip Burger, credo dicembre 2025

Il MACC continua a mandarmi segnali che fanno vacillare il mio già instabile “equilibrio cine-emotivo”, mi sento cadere nel tesseract di Gargantua mentre guardo ciò che è già noto con occhi diversi, e vedo ovunque il profilo del buco nero creato da Kip Thorne. A questo punto, voglio saperne di più sulla nascita di quell’immagine, e me la faccio spiegare dall’autore stesso, con il suo saggio Viaggiare nello spaziotempo: La scienza di Interstellar (2014; Bompiani 2018):

«Chris[topher Nolan] voleva che Gargantua avesse l’aspetto reale di un buco nero rotante visto da vicino, perciò chiese a Paul [Franklin] di consultarsi con me. Paul mi mise in contatto con il team che aveva radunato per Interstellar presso il suo studio londinese di effetti visivi, la Double Negative. Mi ritrovai così a lavorare a stretto contatto con Oliver James, il responsabile degli scienziati. […]

Usando le leggi fisiche relativistiche di Einstein e attingendo pesantemente ai lavori già svolti da altri […], ricavai le equazioni che servivano a Oliver. Queste equazioni calcolano le traiettorie dei raggi luminosi che partono da una qualche sorgente – per esempio, una stella remota – e viaggiano verso l’interno, attraverso lo spazio e il tempo incurvati da Gargantua, fino a raggiungere la telecamera. Da quei raggi, le mie equazioni ricavano quindi le immagini viste dalla telecamera, tenendo conto non solo delle sorgenti luminose e della curvatura dello spaziotempo generata da Gargantua, ma anche del moto orbitale della telecamera attorno al buco nero. […]

Controllai la letteratura scientifica in proposito e scoprii che nel 1977 Serge Pineault e Rob Roeder dell’Università di Toronto avevano derivato le equazioni necessarie quasi nella forma di cui avevo bisogno. Dopo aver lottato per tre settimane con la mia stupidità, tradussi le loro equazioni nella forma richiesta, le implementai in Mathematica e le trasmisi a Oliver, che le incorporò nel suo codice informatico. Il suo codice era ora in grado di produrre le immagini di qualità che ci occorrevano per il film. […]

Eugénie von Tunzelmann venne incaricata di inserire un disco di accrescimento nei codici elaborati da Oliver James per l’effetto di lente gravitazionale. Come primo passo, solo per vedere che cosa fa la lente, Eugénie usò un disco che era davvero infinitamente sottile e giaceva proprio nel piano equatoriale di Gargantua. […]

“Prima bozza” a cura di Eugénie von Tunzelmann

Eugénie von Tunzelmann e il suo team sostituirono la loro variante del disco fatta di campioni di colori con un disco di accrescimento sottile più realistico. Questa versione era molto più bella, ma sollevava alcuni problemi. Chris non voleva che il pubblico del suo film restasse confuso davanti all’asimmetria del disco e dell’ombra del buco nero, alla piattezza del margine sinistro dell’ombra e alla complessa disposizione del campo stellare vicino a quel margine. Così, lui e Paul rallentarono la rotazione di Gargantua al 60% del massimo, rendendo più modeste queste stranezze. […]

Versione finale, prima degli effetti speciali del film

Che gioia quando mi mostrarono queste immagini! Per la prima volta in assoluto, in una pellicola di Hollywood, un buco nero e il suo disco venivano rappresentati come di fatto li vedremo quando saremo in grado di compiere dei viaggi interstellari. Ed era la prima volta che, da fisico, vedevo un disco realistico sotto l’effetto della lente gravitazionale, che fa sì che si avvolga sopra e sotto il buco anziché rimanere nascosto dietro la sua ombra.»
(Traduzione di Daniele Didero)

Simulazione ufficiale NASA 2019 di un buco nero: perché l’immagine precede sempre il reale

Chiudo con una delizia.

Il 7 dicembre 2025 su ReggioToday appare un articolo che mi apre un universo: ora voglio assolutamente un Ufo Riggitanu (che a quanto ho capito dovrebbe essere la forma diallettale per “reggino”, cioè di Reggio). Io non mangio panini, saranno passati trent’anni dall’ultima volta che sono entrato in un fast food, ma andrei fino a Reggio Calabria già solo per poter dire ad alta voce: «Un UFO Riggitanu!»

Gli UFO sono sbarcati a Reggio!

L.

P.S.
Ricordo il mio viaggio nel wormhole, con Gargantua come padrino:

– Ultimi viaggi nel wormhole:

– Ultimi UFI:

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