“Non si dimentica niente, le cose cambiano solo posto ma tutto rimane dentro di noi.”
Quel gran genio di Sigmund Freud. Letta qualche giorno fa da qualche parte, probabilmente Instagram. È così che mi è tornato in mente questo mio spazio. I blog sono passati di moda o nel mio caso mi manca il tempo di scrivere qua, impegnata come sono a scrivere per altri e altrove, ma quanto bene ho voluto a questo blog, e quante belle persone qui ho conosciuto, quanto abbiamo parlato e quante spalle sulle quali ho potuto appoggiarmi o semplicemente raccontare dell’amore, dei miei figli, un qualche accenno alla salute che tutt’ad un tratto ha iniziato a barcollare.
Così, leggendo le ovvietà di Sigmund, mi sono detta andiamo a vedere il mio blog e mi sono stupita perché ancora qualcuno capita qui, trascinato da chissà quale ricerca su Google.
La mia vita è più o meno sempre la stessa, salute a parte. Vivo il mio essere single in assoluta serenità perché basta, ho amato, sono stata amata, ho tradito e sono stata tradita più volte, sono stata felice, poi delusa, e alla fine dopo l’ennesima delusione mi sono detta “ma è proprio necessario stare in coppia?”. Sono stata tutto: moglie, amante, compagna, madre (e questo è l’unico ruolo che sempre mi riconosco e pratico, anche ora che i ragazzi sono adulti ed entrambi lontani, il maschio a un tiro di schioppo ma comunque lontano, la ragazza lontanissima, a 3000 chilometri a nord, nella meravigliosa Scozia). Sono stata infermiera del corpo ma soprattutto della mente degli uomini che ho amato. Certo, ho anche ricevuto tanto amore, molto sesso quasi sempre ottimo, vissuto intensamente. Abbiamo viaggiato insieme, riso, pianto, litigato. Ad un certo punto però è sopraggiunta proprio la stanchezza dell’anima e anche del corpo. Li osservo, gli uomini che ho amato, li vedo riaccoppiati con donne diametralmente opposte a me, oppure tornati a “fare i bravi” dalla moglie, passeggiando per i campi. Un altro lo incrocio ogni tanto sull’obsoleto Facebook ed è esattamente il clone dell’odiatore seriale che fa Crozza: incattivito, sfanculante, sprezzante verso “i vecchi” come se lui non avesse abbondantemente superato i 60, o fare le bave dietro a quarantenni ipersportive e fisicatissime mentre la consorte propone melanzane alla parmigiana e sogna i bomboloni alla crema di Riccione.
Io invece sono sempre la stessa, non fisicamente ma le cose in cui credo sono sempre le stesse, le cose che mi stanno sul cazzo pure. Fondamentalmente credo che ad un certo punto della vita bisogna far pace con la lei, con quello che ci ha dato e quello che ci ha tolto, e che bisognerebbe smettere di cercare quel qualcosa che non c’è, bisognerebbe smettere di guardare al giardino del vicino e alla sua erba apparentemente più rigogliosa, e smettere di sgomitare sui social o alle rare cene tra “amici” tentando di imporre il proprio parere con toni da comizio convinti detentori di verità assolute.
Sono per il pochi ma buoni: le mie amiche del club delle scoppiate, i miei compagni del gruppo di scrittura, le amicizie coltivate coi genitori di un paio di compagne di liceo di mia figlia, due chiacchiere col vicino di casa buddista e gattaro come me, poi qualche concerto, qualche buon libro, riprendere pian piano per mano il mio corpo che mi ha giocato un paio di brutti scherzi negli ultimi cinque anni. Questa è la mia vita, oggi. Amore ce n’è, ma non quello di un uomo. Probabilmente sono quel tipo di donna che mia nonna definiva “come la bella Cecilia. Tutti la vogliono ma nessuno la piglia”. A questo punto della mia vita va benissimo così.
