Un filo d'ombra
Sulla costa dello Yucatan il termometro segna oltre 40 gradi, e sono appena le nove di mattina. L'umidità è del 90%. Ma niente può farmi demordere dal mio proposito: armata di cappello, bottiglia d'acqua e scarpe ragionevoli oggi visiterò le rovine della città maya di Tulum. Gli altri hanno scelto di andare nuotare coi delfini, e forse, viste le temperature, qualcuno potrebbe considerarla un'idea migliore. Non io - io voglio vedere gli altari dei sacrifici umani, l'ossidiana, il grigio della pietra calcarea contro l'azzurro del cielo. Il gruppo consiste prevalentemente di americani, due tre olandesi, una coppia finlandese e io. La guida giustamente si preoccupa per noi. Offre ombrelli per ripararci dal sole, ma l'immagine mentale delle turiste giapponesi d'agosto in Piazza Signoria basta a farmi rifiutare sdegnosamente. Che diamine, non vengo mica dall'Alaska, che vuoi che sia un po' di caldo, lo reggerò benissimo.
L'aria è di fuoco. Ascolto le spiegazioni della guida bevendo acqua già tiepida. C'è chi cerca il filo d'ombra di una palma, chi si stringe sotto l'ombrello. La temperatura sale insieme al sole, e penso che probabilmente ci stiamo avvicinando ai cinquanta. Dal mare proviene un venticello ingannatore. Un iguana mi guarda interessato tra le rovine. È quando la guida inizia a parlare dei rituali sacrificali dei nobili maya che mi esplode il sudore. "Sono state rinvenute delle lunghe catene con grani di pietra, simili a lunghi rosari, che le nobildonne si facevano passare attraverso la lingua, raccogliendo il sangue in recipienti che consegnavano agli altari..." una strana sensazione di vuoto allo stomaco "... mentre i nobiluomini usavano strumenti simili facendoli passare attraverso il pene..." il sudore mi scende a fiumi sul petto e nell'incavo della schiena, i capelli sotto il cappello sono ormai fradici. La mia testa è stranamente leggera. Curiosamente, ma una palma comincia a girare come il mio stomaco, mentre i fili dell'erba si fanno sempre più vicini.
Istintivamente mi appoggio alla persona che mi ritrovo accanto, che prontamente mi trattiene. "Excuse me, it's very hot" - osservo, cercando di rimettermi in piedi. La guida si interrompe, chiede se va tutto bene. Il tipo a cui mi sono appoggiata per fortuna è solido, e soprattutto gentilissimo e dotato di una bottiglia termica con acqua fresca e di un ombroso cappello sopra il pizzetto bianco. È uno di quegli americani rassicuranti, well educated, democratici e impegnati nelle battaglie dei diritti civili che fortunatamente ancora popolano questo mondo inospitale. Mi riaccompagna all'autobus, sconfitta. "Non vedevo l'ora di trovare una scusa per venire via anch'io", replica alle mie proteste. "Fa semplicemente troppo caldo. " Quando poi poco dopo torna con una Corona gelata col lime, lo nomino ufficialmente mio eroe.
Si chiama Ken, è di Seattle ed è appena andato in pensione. Con la facilità alla conversazione tipica dei suoi connazionali, in poco tempo mi racconta la sua vita e senza sforzo apparente riesce a forzare la mia proverbiale riservatezza. Finisce col chiedermi del mio lavoro. Improvvisamente la conversazione cambia tono: lo vedo attento, allertato. Di brutto, mi chiede se ci sono novità nel trattamento del glioblastoma multiforme grado IV. Silenzio. Mentre gli chiedo il motivo della sua domanda già indovino la sua risposta. "È Sue, mia moglie. " E anche lui la mia risposta la sa già.
Finiamo la birra, tornano gli altri, l'autobus riparte. Ken mi parla e io lo ascolto - perchè non cerca risposte, ma qualcuno che lo ascolti senza fare domande inutili - un filo d'ombra, sotto cui riposare.


