giovedì, agosto 18, 2011

Un filo d'ombra

Tulum, Yucatan by artemisia1
Tulum, Yucatan, a photo by artemisia1 on Flickr.

Sulla costa dello Yucatan il termometro segna oltre 40 gradi, e sono appena le nove di mattina. L'umidità è del 90%. Ma niente può farmi demordere dal mio proposito: armata di cappello, bottiglia d'acqua e scarpe ragionevoli oggi visiterò le rovine della città maya di Tulum. Gli altri hanno scelto di andare nuotare coi delfini, e forse, viste le temperature, qualcuno potrebbe considerarla un'idea migliore. Non io - io voglio vedere gli altari dei sacrifici umani, l'ossidiana, il grigio della pietra calcarea contro l'azzurro del cielo. Il gruppo consiste prevalentemente di americani, due tre olandesi, una coppia finlandese e io. La guida giustamente si preoccupa per noi. Offre ombrelli per ripararci dal sole, ma l'immagine mentale delle turiste giapponesi d'agosto in Piazza Signoria basta a farmi rifiutare sdegnosamente. Che diamine, non vengo mica dall'Alaska, che vuoi che sia un po' di caldo, lo reggerò benissimo.

L'aria è di fuoco. Ascolto le spiegazioni della guida bevendo acqua già tiepida. C'è chi cerca il filo d'ombra di una palma, chi si stringe sotto l'ombrello. La temperatura sale insieme al sole, e penso che probabilmente ci stiamo avvicinando ai cinquanta. Dal mare proviene un venticello ingannatore. Un iguana mi guarda interessato tra le rovine. È quando la guida inizia a parlare dei rituali sacrificali dei nobili maya che mi esplode il sudore. "Sono state rinvenute delle lunghe catene con grani di pietra, simili a lunghi rosari, che le nobildonne si facevano passare attraverso la lingua, raccogliendo il sangue in recipienti che consegnavano agli altari..." una strana sensazione di vuoto allo stomaco "... mentre i nobiluomini usavano strumenti simili facendoli passare attraverso il pene..." il sudore mi scende a fiumi sul petto e nell'incavo della schiena, i capelli sotto il cappello sono ormai fradici. La mia testa è stranamente leggera. Curiosamente, ma una palma comincia a girare come il mio stomaco, mentre i fili dell'erba si fanno sempre più vicini.

Istintivamente mi appoggio alla persona che mi ritrovo accanto, che prontamente mi trattiene. "Excuse me, it's very hot" - osservo, cercando di rimettermi in piedi. La guida si interrompe, chiede se va tutto bene. Il tipo a cui mi sono appoggiata per fortuna è solido, e soprattutto gentilissimo e dotato di una bottiglia termica con acqua fresca e di un ombroso cappello sopra il pizzetto bianco. È uno di quegli americani rassicuranti, well educated, democratici e impegnati nelle battaglie dei diritti civili che fortunatamente ancora popolano questo mondo inospitale. Mi riaccompagna all'autobus, sconfitta. "Non vedevo l'ora di trovare una scusa per venire via anch'io", replica alle mie proteste. "Fa semplicemente troppo caldo. " Quando poi poco dopo torna con una Corona gelata col lime, lo nomino ufficialmente mio eroe.

Si chiama Ken, è di Seattle ed è appena andato in pensione. Con la facilità alla conversazione tipica dei suoi connazionali, in poco tempo mi racconta la sua vita e senza sforzo apparente riesce a forzare la mia proverbiale riservatezza. Finisce col chiedermi del mio lavoro. Improvvisamente la conversazione cambia tono: lo vedo attento, allertato. Di brutto, mi chiede se ci sono novità nel trattamento del glioblastoma multiforme grado IV. Silenzio. Mentre gli chiedo il motivo della sua domanda già indovino la sua risposta. "È Sue, mia moglie. " E anche lui la mia risposta la sa già.

Finiamo la birra, tornano gli altri, l'autobus riparte. Ken mi parla e io lo ascolto - perchè non cerca risposte, ma qualcuno che lo ascolti senza fare domande inutili - un filo d'ombra, sotto cui riposare.

mercoledì, febbraio 11, 2009

Traslochiamo

Pioggia blu ha cambiato casa.

Da qualche giorno, abbiamo cominciato ad impacchettare tutto in grandi scatoloni virtuali: i post, i commenti, le foto, i link. Ieri è arrivata la ditta dei traslochi, la Mucca Gialla, che si è rivelata affidabile. Non credo che abbiamo perso un solo scatolone.

Sto ancora arredando le stanze nuove. Ho appeso qualche quadro, spolverato i divani, preparato un tè. Non è ancora tutto in ordine, ma spero che avrete pazienza.

Accomodatevi.
Vi aspetto.


Grazie a Mucca, Henry, Auro.

martedì, febbraio 10, 2009

Nel paese delle ultime cose


(Isole Lofoten, Norvegia. Foto: Trude)
Ora la mia mente fa fatica a distinguere ciò che è o non è successo, i giorni, le notti, il cielo sopra di me, i sassi per terra. Mi sembra di ricordare di aver guardato a lungo verso l'alto, come per cercare in questo cielo qualche mancanza, qualche eccesso, qualcosa che lo rendesse diverso da altri cieli, come se il cielo potesse spiegare le cose che vedevo tutt'intorno a me.
Paul Auster, Nel paese delle ultime cose

sabato, febbraio 07, 2009

Contro natura

«Farla sopravvivere
è andare contro natura»

Il filosofo cattolico: la Chiesa e il governo politicizzano una cosa metapolitica

MILANO — «Ma ancora non c'è nulla di deciso, vero?», chiede Giovanni Reale. «Il decreto del governo è un errore, si oppone all'idea di libertà su cui è radicato il concetto occidentale dell'uomo. E lo dico da cattolico». «Napolitano ha fatto il suo dovere di Presidente, ha richiamato l'attenzione sulla sostanza della Costituzione. Un uomo saggio. Almeno uno».

«Sopravvivenza a prezzo di vita». Quando entra nel merito della vicenda di Eluana Englaro, cita il francese Jean Baudrillard. Da 17 anni, per Reale, Eluana Englaro sopravvive a prezzo della vita. «La tesi portata avanti da molti uomini della Chiesa, e ora anche del governo, è sbagliata e va corretta — dice il filosofo —. Nel caso di Eluana vedo un abuso da parte di una civiltà tecnologica totalizzante, così gonfia di sé e dei suoi successi da volersi sostituire alla natura. Si è perduta la saggezza della giusta misura. La Chiesa, e il governo insieme a lei, sono vittime di questo paradigma culturale dominante». Racconta di sua madre. «Era all'ospedale con il cancro, i medici volevano riempirla di tubi. "Potremmo prolungarle la vita di qualche mese", dicevano. Io ero frastornato. È stata lei a decidere: lasciatemi morire a casa, nel mio letto. In quel periodo stavo traducendo il Fedone di Platone e anche lì, con parole diverse, ho ritrovato il senso di quel desiderio di mia madre. Quando Socrate deve bere la cicuta, qualcuno gli suggerisce: "C'è ancora qualche ora, attendi finché il sole non sia tramontato". Ma non ha senso aggrapparsi alla vita quando ormai non ce n'è più». Se mi trovassi nella condizione di non aver più speranze di guarigione, aggiunge Reale, «non avrei dubbi su cosa scegliere».

Anche la Chiesa condanna l'accanimento terapeutico. Ma un sondino per l'alimentazione è accanimento terapeutico? Su questo ci si divide. «La Chiesa dice molte cose sagge. Per esempio: si può rinunciare all'utilizzo di procedure mediche sproporzionate e senza ragionevole speranza di esito positivo. Ed è proprio questo il caso di Eluana: qui non c'è stata proporzione e non c'è nessuna ragionevole speranza di esito positivo. E allora? Perché questo accanirsi contro di lei?». Reale, da credente, rivendica la libertà di coscienza dei cattolici sul caso di Eluana. Di più: dice che la libertà di coscienza «è un preciso dovere morale» e si affida a un'altra citazione, questa volta un aforisma di Gomez Davila: «Ciò che si pensa contro la Chiesa, se non lo si pensa da dentro la Chiesa, è privo di interesse». «Ecco — riprende — molte critiche che vengono dall'interno sono costruttive. Io critico il paradigma culturale che vorrebbe tenere in vita Eluana contro la natura, e la fede con questo non ha nulla a che fare, la fede è al di sopra della cultura, il suo compito è fecondare la cultura stessa».

Se il diritto alla vita perde la precedenza su tutti gli altri valori, sa anche lei quale potrebbe essere il prossimo passo: parlare in termini meno ideologici di eutanasia. «Errore. Io non lascio aperto nessuno spiraglio all'eutanasia. Non dico: fammi morire. Ma: lasciami morire come ha stabilito la natura. Né io, né tu. La natura. Prendiamo il caso di Piergiorgio Welby, che ho seguito da vicino. Welby sostanzialmente non disse: staccate la spina. Ma: lasciate che la natura faccia il suo corso, non fatemi restare vittima di una tecnologia che costruisce qualcosa di sostitutivo e artificiale rispetto alla natura. È un'affermazione identica a quella che si dice abbia fatto Giovanni Paolo II: lasciatemi tornare alla casa del padre. Il secondo aveva fede, il primo no. Per Welby era andare nella notte assoluta, per il Papa nella vita. Ma dal punto di vista umano è la stessa condivisibile richiesta». A complicare il caso di Eluana c'è la questione della ricostruzione della sua volontà presunta. «Chi più del padre e della madre ama quella ragazza? Mi sembra che nessuno più di loro abbia il diritto di dire che cosa avrebbe voluto fare la figlia, ora che lei non è più in grado di esprimersi».

Giovanni Reale in più occasioni, durante questa intervista, usa il «noi»: «Noi pensiamo che la vita di Eluana sia artificiale». «Secondo noi questo sistema che si è sostituito alla natura per un tempo così spaventosamente lungo è aberrante». Reale parla per sé, ma la sua non è una voce isolata. Attorno al diritto all'autodeterminazione e all'idea di libertà di coscienza dei cattolici si è costituito un gruppo di filosofi: da Vito Mancuso a Roberta De Monticelli, da Vittorio Possenti a, appunto, Giovanni Reale, le «intelligenze più acute del cattolicesimo italiano», come li ha definiti Luigi Manconi su L'Unità. Che succede ora: nella Chiesa si arriverà a una sintesi? «Gettiamo semi, non tocca a noi raccogliere frutti. Speriamo li diano. Ma l'errore che con Eluana stanno facendo religiosi e uomini di governo è di cadere nella politicizzazione di qualcosa che con la politica non c'entra niente, che è metapolitico».


Corriere della sera, 9.2.09

(grazie a Mucca)

venerdì, febbraio 06, 2009

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martedì, febbraio 03, 2009

Dare to dream

(foto: Fabio B, Prospettive Musicali)

The priest

He reached past the wine for my hand to hold
and he saw me young and he saw me old
and he saw me sitting there
then he took his contradictions out
and he splashed them on my brow
so which words was I then to doubt
when choosing what to vow
should I choose them all
should I make them mine
the sermons, the hymns and the valentines
and he asked for truth
and he asked for time
and he asked for only now

(Joni Mitchell, "The priest")

venerdì, gennaio 30, 2009

L'altra città

Ogni mattina, dalla stazione alla tua stanza, tagliavo in due la città come una ferita.
Le facce degli studenti che risalivano il corso erano gonfie di sonno e amori sudati nei letti d’affitto. Io, sveglia da ore, respiravo dai portici odore di caffè con troppo zucchero, e acquistavo speranza attraversando lo stesso pigro fiume che avevo lasciato più a monte, un’ora prima.

Ancora la città respirava tranquilla quell’inizio d’estate, ancora la torre era bianca sul verde del camice che indossavo, ogni mattina più sporco e inutile. Io tornavo ad accarezzarti, ad ascoltare i tuoi sogni , come una volta sulla coperta a piccole geometrie che percorrevo con le dita incontrando le tue, ma le tue dita ora erano diverse, morbide e molli sotto la mia spugna. A mezzogiorno la città entrava nella tua stanza col suono delle campane, e tu mi domandavi ogni giorno in quale città eravamo, perchè non la vedevi, e mi chiedevi come andava la Grande Guerra, e mi chiamavi crocerossina, immaginavi ritirate e brande di feriti, e io ti accompagnavo per corsie immaginarie, ospedali da campo e treni bianchi dai finestrini oscurati. A volte, quello che tu chiamavi il tenente medico veniva a parlarmi di te, e sembrava veramente un tenente medico, serio, timido e gentile.

La sera ti lasciavo. Scendevo la scala di marmo ed uscivo nel parco soffocante, e la ferita della città si riapriva sotto i miei passi. La tua ombra mi era accanto, ogni sera più vicina, e ogni sera la Piazza dei Cavalieri mi pareva più immensa e calda, ma erano i miei occhi ad essere annebbiati, e la mia gola chiusa. Io e la tua ombra percorrevamo per mano i portici ora illuminati, il ponte sul fiume ora scuro, e la tua ombra mi guidava fino al treno che mi riportava via, oltre la linea della notte.